Fine. Ed inizio.




Quante parole servono per spiegare che certe cose non funzionano più e che non ne puoi più di sopportare? Per quantificare la tua delusione, che ha assunto proporzioni astronomiche e che ti bussa sullo stomaco da tempo, ormai. Per rompere ogni singola catena, che di nuovo ti sei messa, e di nuovo per volontà non tua. Quante parole servono per motivare ciò che pensavi non sarebbe mai accaduto, eppure accade, e per dare un senso ad ogni orrenda cosa che senti, e al non sentire più ogni splendida cosa degli inizi? Quante parole sono necessarie per prendere il coraggio di affrontare la realtà, maturare che ciò che è stato non è e non sarà più, e che ciò che ora è non solo non ti basta, ma frusta ogni tua passione, intenzione, bellezza? Quante parole occorrono per afferrare, questo coraggio, e togliere i paraocchi, e andare a muso duro verso l'unica, possibile, strada? Per afferrare la speranza, che poverina era già bella che ridotta, e strangolarla rabbiosa tra le dita fino a farla, del tutto, morire? Quante parole? Una. Una sola. 

Fine.


****

Ho ricordi appannati, del subito dopo. Affiorano come sprazzi di luce, nel buio denso e viscido che ingoia tutta quanta la mia estate. Ci galleggiano sopra, come le Ninfee Luminescenti del nostro Lago. 

Ricordo di essere salita sulla Primavera Acquatica, ma non ricordo come. Ricordo che ero l'ombra di me stessa, e che anche tutto il resto mi sembrava ombra e trasparenza, un panorama freddo, distante, incolore. Il Porto del Sole nei miei occhi è dipinto in bianco e nero, e le voci delle persone che lo rendono vivo e commerciale erano sottili, appena percepibili. Diluite, come diluiti erano gli odori, ed il tocco del Sole addosso aveva perso smalto, persistenza. Forse ero già morta, e non lo avevo ancora detto nessuno. Forse non ero più viva, ma la vita continuava comunque per conto suo.

Ricordo la cabina, e pezzi di discorsi tra me e Fiore.

"Spegni la candela"
"Ma...Resterai al buio"
"Farebbe qualche differenza? Spegni la candela"

Il suo broncio preoccupato, mentre mi stendo a letto, poco prima che lei soffi sulla fiammella, facendo sparire il viso in un guizzo di fumo. Poi, finalmente, buio. Come se il nero che porto dentro, d'un tratto, si fosse riversato anche fuori. E c'è vuoto ovunque ora. Ci siamo solo io, tutto questo dolore, e lo sciabordare delle onde contro il legno. 

Ricordo anche luce, a tratti, e volti. 
Sono di nuovo in Antro, ora. O forse l'Antro era prima? Non lo so. E' tutto confuso, mescolato.

Chiudo gli occhi, li riapro. Il mio sguardo incrocia quello di Lily, che mi sorride, china su di me. Ha l'aria di chi è convinta che andrà tutto bene, ma io non le credo. Non credo più a nessuno.

Chiudo gli occhi, ancora. Li riapro, e stavolta c'è Elinne, e la luce nella stanza sembra parlare di mattino. Gladie sta vicino a lei, tiene in braccio Eyr, mentre Elinne ha in braccio Erik, e non so chi dei due sia più serio e preoccupato. Erik sarebbe un ottimo Guardiano un giorno. Anche se mi sarebbe piaciuto divenisse un Guerriero. In questo momento, però, mi rendo conto che forse non riuscirò a vederlo divenire niente. Non lo so. Non so più niente, e pensare è faticoso. E' faticoso anche tenere gli occhi aperti, anche se ciò che vedo mi piace da morire. Allora li richiudo. Di nuovo.

Apro di nuovo gli occhi, e c'è Fiore seduta sul letto. Nella sinistra tiene una ciotola, nella destra un cucchiaio. Ha di nuovo quel cipiglio da Pettirosso che mi fa tanto ridere, di solito. Ma non stavolta. Anche le risate, ora, sembrano un ricordo lontano.

"Devi mangiare, Tempesta"

A che serve mangiare, quando non vivi più? Batto le palpebre, sorpresa di questa domanda. I morti non mangiano, fiorellino. Sai sempre tutto, e queste cose così elementari ti sfuggono? Non ho voglia, mi dispiace. Ogni cosa sa di cenere, e mi sembra inutile, inconcludente. C'è qualcosa, invece, che mi tocca la gamba. Giro il viso, e c'è Eile ai piedi del letto. Ha addosso lo stesso sguardo preoccupato che ha Caeli, dietro di lui, anche se Caeli ha la bocca più serrata. Penso si stia contenendo, il che è raro. I Cataclismi non si contengono, esplodono e basta. E infatti, poco dopo, partono le minacce. Sospiro. Mi metto seduta, fisso con palese schifo quello che Apo ha nel piatto. Di nuovo, sospiro. E allora è Fiore a infilare il cucchiaio, prima nella tazza, poi nella mia bocca. 

Un Pettirosso, che imbocca un Colibrì.

Vado a picco, lo so. Prima o poi si dovrà toccare il fondo, no? Gli abissi non sono certo infiniti. 

***

Apro gli occhi, e c'è mio padre accanto a me. E non sono più sdraiata, siamo seduti su una duna. Di fronte a noi si stende il deserto, bianco di fiori di sale, immenso e luminoso. Sono di nuovo bambina, la sua bambina. Sono di nuovo felice. Mi giro, per guardarlo, e lui mi sorride.

"Sei stanca di vivere, bambina mia?"
"...Si. Papà. Portami con voi. Sono stanca, di stare qui"
"Perchè vuoi venire via?"
"Perché non ho più niente. Niente. Ho perso tutto"
"Non è vero, hai ancora molto. Tutto ciò che ti occorre, per essere felice. E hai una cosa che nessuno potrà portarti mai via"
"Cosa?"

Lui allunga una mano, verso il mio petto. Preme l'indice sullo sterno, con tenerezza

"Te stessa. Ti appartieni. Qualunque cosa ti succeda, chiunque ti abbandoni, qualsiasi dolore o delusione tu provi. Resti con te, tua"

Non dico niente, lo guardo sollevarsi. Mi fissa con tristezza, dall'alto, mentre un sorriso malinconico è apparso sulle sue labbra.

"Tornerò a prenderti, quando sarà il tuo momento. Hai ancora troppe cose da fare, troppa vita da consumare. Non è il tuo tempo, bambina"
"...Va bene"
"Devi essere forte, promettimelo"
"Prometto"
"Bene. Adesso basta, soffrire. Devi tirarti su, Elianthe. Devi rinascere, ancora"
"...va bene"
"Bene"

Mi si sono riempiti gli occhi di lacrime, e tiro su col naso, mentre mi le da le spalle e muove qualche passo verso il Deserto, la sua immagine prende a tremolare come fosse un miraggio

"Papà?"
"Si?"
"Mi manchi tanto. Tantissimo"

Lui si ferma, si gira. Mi guarda per qualche istante, poi torna indietro sui propri passi. Si inginocchia sulla sabbia e spalanca le braccia per tirarmi vicino, stringermi.

"Anche tu, bambina. Anche tu".

****

Elianthe cammina lungo la spiaggia. Ha lasciato la cabina, e si è avventurata all'esterno. Solleva la mano destra per ripararsi gli occhi dal sole cocente e cercare, poco lontano, qualcuno. Smagrita, senza ornamenti addosso, i capelli sciolti ed i tatuaggi scoloriti, sembra più che altro il fantasma di se stessa. L'abito si muove leggero, nel vento, scoprendo le gambe snelle e danzandole intorno sospinto dal vento. Abbassa il braccio, ed abbassa gli occhi quando i piedi affondano nella sabbia umida, bagnata dalle onde. Ci gioca un po', sgranchendosi le dita, poi solleva il viso di fronte a sé. Poco lontano, ad una decina di metri, i suoi figli giocano con Apo e Deliad. C'è un castello, fatto di sabbia e conchiglie, che i bambini a tratti distruggono, e a tratti impastano, nel chiacchiericcio generale degli adulti e tra le loro grida impazzite. Caeli e Eile non sono lontani, e sembrano esaminare qualcosa ritrovato sulla riva. Apo si interrompe solo quando vede Elianthe. Solleva una mano verso di lei, la sventola come fosse un fazzoletto, le sorride. Elianthe solleva la propria, con più incertezza, ma alla fine ricambia il saluto e un sorriso, il primo dopo un lungo silenzio della propria bocca, fa capolino sul viso. Riprende a camminare, più svelta, verso di loro. 

***

* la lettera è datata verso la fine di Agosto *

Caro Stavro,
probabilmente anche questa lettera finirò col non consegnartela mai. Finirà assieme alle altre, che ti ho scritto in queste settimane, a volte con la penna, altre col pensiero. Ma ti ho scritto, ogni giorno. Per descriverti il modo in cui il sole curva sopra al tempio di Amritsa, poco prima di tramontare, illuminando le cento e cento finestre che ne ornano le facciate, e accendendo di colori i suoi disegni di piombo e vetro. Nelle preghiere dei suoi monaci, che toccano il pavimento di pietra con la fronte, un abbassarsi costante nel risalire verso l'alto dell'incenso. Ho pregato anche io, questi Dei che non sono miei, perché io non ho più divinità da pregare, le ho distrutte tutte ancora una volta. E ora prego tutti e nessuno, perché ogni tanto sento il bisogno di appartenere a qualcosa di "alto", ogni tanto ho bisogno di credere che vi sia un fine ultimo che dia senso a tutto quanto. Una casa spirituale, alla quale la mia anima un giorno potrà tornare. Eri lì con me, mentre pregavo.
Eri con me mentre mangiavo il frutto del drago, che fuori pare fatto di scaglie rosse lucenti, e dentro è bianco e nero, fonde in bocca e si scioglie sul palato, è dolce e sa di miele e fiori. Te ne ho dato un pezzetto, perché probabilmente a te piacerebbe. O forse no, forse ti farebbe schifo, ma lo assaggeresti comunque per cortesia o per curiosità.

Eri con me quando cercavo di calcolare quanto ci avrei messo a toccare il fondo, se mi fossi lanciata dalla prua della nave di notte, nel pieno della navigazione. Ma poi mi hai distratto parlando di stelle, costringendomi a sollevare il viso per guardare le costellazioni, e macchinare su quelle. Non so se le Fenici riescono a volare fino a lì, ma credo che potremmo sempre provare.

Ti ho scritto quando ho ripreso a sorridere, ti ho scritto quando mi sentivo talmente vuota che, accostando il tuo orecchio alla mia schiena, tu avresti potuto tranquillamente sentirci il mare. Ti ho scritto perché ho comprato della seta celeste, e al mercato mentre la tendevo al sole per ammirarne il riflesso c'era la tua mano a soppesarne la qualità e la trama.

Eri con me, ad ogni alba, e ad ogni tramonto, nei miei guizzi di disperazione e nell'affiorare della felicità.

Ti ho detto che questo viaggio avrei dovuto farlo da sola, ma non è vero. Non sono mai stata sola, neppure per un istante. 
E nell'insieme di pensieri a persone, schierati intorno a me, a farmi compagnia, c'eri anche tu. 

Il tuo braccio offerto come appoggio, nel vicolo buio delle mie angosce, e la meraviglia delle tue parole, quando ho riacceso - dopo parecchio - la luce. 

Ero arrabbiata con te, perchè hai smerciato il mio nome senza il mio permesso. Perché mi sembrava avessi dato poco peso, alla mia volontà di rivelartelo. Non amo che si decida per me, non amo che si minimizzi ciò che io reputo importante. Comprendo solo ora che le tue intenzioni erano altre. 
Non sono più arrabbiata, ma forse lo sei tu.
Mi farò perdonare.

Non adesso, però. Dobbiamo attraccare a Specchi.
Scendo giù, a perlustrare l'isola con le mie Streghe, ed i miei figli.

Vieni?
Non importa. Sarai comunque con me. Ti ci porto io

Tempesta Elianthe

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