"Ci sono parole intrappolate nel vento...
...e parole intrappolate nella sabbia. Altre restano sul bordo orlato di sale delle conchiglie, quando ormai il suo abitante è morto, assieme al ricordo delle onde, nelle sue profondità levigate. Alcune parole viaggiano con le nuvole, ti piovono addosso durante i temporali. O te le ritrovi sulla pelle, tracciate dalla punta di dita conosciute. Ci sono parole ovunque. E si aggregano a formare frasi, e frase dopo frase si intessono le storie. E le storie quindi, sono la trama del mondo, l'avvolgono fittamente e ne costituiscono l'essenza. Tutto sta, pertanto, nel saperle ascoltare. E capire. A te piacciono le storie?"
Era un uomo inconsueto, e in vita mia non avevo mai visto un uomo cosi. Eravamo fermi in quella città da alcune settimane, ed io avevo circa sei anni. Lui era nella tenda al mercato, il posto che mio padre usava per i propri commerci. Avevo scostato il lembo di stoffa e me l'ero trovato davanti, come se si fosse materializzato dal nulla, e di mio padre nessuna traccia. Alto e sottile, dalla pelle bianchissima, impossibile dargli un'età certa. Non riuscivo a vedere i capelli, perché portava un tagelmust. E doveva essere molto ricco, perché la stoffa - tanto del copricapo che delle sue vesti - era tinta di porpora, tintura assai difficile da ottenere e dunque particolarmente cara. Anche se non riuscivo a vedergli il capo, tuttavia, ero e resto convinta che i suoi capelli fossero biondi. Di quel biondo talmente chiaro e freddo da sembrare bianco. Gli occhi, invece, erano celesti. Anche quello, in effetti, era un dettaglio particolarmente raro, inconsueto. Ma forse non era poi quel suo particolare aspetto, a turbarmi, quanto il suo magnetismo. Sembrava essere lì da sempre, eppure spiccava incredibilmente nella stanza, come se qualcuno avesse messo un diamante tra la cenere e il carbone. Aveva cominciato a parlare in questo modo quasi subito, come se già mi conoscesse, e per un po' io ero rimasta in silenzio, intimorita e allo stesso tempo incuriosita. Avevo, infine, avevo annuito. Si, mi piacevano le storie. Lui allora si era piegato, in modo che il ginocchio destro sfiorasse il tappeto posto in terra, stabilizzando il peso del corpo sulla gamba sinistra che restava piegata, una gentilezza per evitare che io dovessi tenere il collo troppo all'indietro, per guardarlo in viso.
"Molto bene, allora. Io ne conosco tante. Di parole ma soprattutto di storie. Storie che mi appartengono, o che appartengono altre persone. Delle volte mi appaiono in sogno, e delle volte affiorano nella mia mente anche quando sono sveglio. Riempiono la mia solitudine, e a tratti rendono caotica la mia mente. Conosco anche la tua, di storia. So quello che farai, e cosa diventerai. Le persone che conoscerai. So cosa ti faranno, cosa tu farai a loro. So chi resterà con te a lungo, e chi solo per un battito di ciglia. Quando piangerai, e quando riderai. E' una bella storia, la tua. Vuoi sentine un pezzetto?"
Avevo schiuso le labbra, stupita. E senza pensarci due volte avevo annuito nuovamente, ma con una maggior convinzione sottolineata da un passetto in avanti. A distanza di anni sono ancora convinta che la sua bocca, nascosta dal tessuto sottile, fosse modellata in un sorriso. Con voce morbida, iniziò a bisbigliare parole.
- Mare -
"La maggioranza degli uomini, è cattiva"
Finiva così, la primissima storia che Tyago mi ha raccontato. Mi sembrava un finale tanto triste, quanto veritiero. Gli avevo chiesto se anche lui, fosse cattivo, e mi aveva risposto che lo era, discretamente, per lo più per gioco, e per la sua inclinazione a prendersi sempre ciò che voleva, fottendosene del resto del mondo. Non gli ho mai chiesto, e credo che non glielo chiederò mai, se faccio anche io parte di quel "resto del mondo" e se, tutto sommato, se ne fotterebbe anche di me. La sua risposta, in fin dei conti, non intaccherebbe il fatto che io invece di lui me ne fotto parecchio, e che non fa più parte del "resto", che è una cosa a sé da tutto e tutti, e pure da da un bel pezzo.
E so che, comunque, la migliore risposta a certe domande resterebbe il suo suo modo di agire. E fino ad ora non mi ha mai dato l'idea che non gli importasse, di me, di quello che voglio. Da quella notte, da quella storia, è passato quasi un anno, e di storie me ne ha raccontate molte altre, e molte con finali decisamente meno tristi. Alcune me le ha scritte persino addosso, e trovo che le sue labbra pronuncino meglio certe parole se restano premute sulle mie, o sulla mia pelle. Altri racconti, invece, glieli ho narrati io. L'ultimo di questi, in effetti, è una storia vera. Parla di una fanciulla, decisa a trovare chi - molto tempo prima - ha sterminato tutta la sua famiglia. Della sua ricerca, che la porta a mescolarsi alla gentaglia dei porti, ogni qualvolta la nave su cui viaggia per diletto con il proprio compagno di viaggi e avventure approda in qualche posto nuovo, per ottenere informazioni. Questa storia, in effetti, non è ancora conclusa, e forse non si concluderà mai. Non so quanto tempo ci vorrà, e se mi occorrerà tutta l'interezza della mia vita per portare a termine questa ricerca. Ma adesso so che lui non vuole starne fuori. Mi ha detto che avrò la mia vendetta. E se c'è una cosa che ho capito di lui, in questi mesi, è che non parla mai tanto per parlare. Per riempire i silenzi, usa ben altro.
Altre storie, invece, le scriviamo insieme. Gli sparpaglio addosso desideri e sogni, ambizioni e crucci. Ho comprato una mappa, e ho deciso che mi fermerò solo quando tutti i pezzetti di terra, disegnati da mirabile mano su una distesa di azzurro mare, non saranno rivendicati da una mia "X" sopra. Nel frattempo, disubbidisco, lo faccio incazzare. Perché niente mi diverte di più che vederlo incazzato, farlo arrabbiare. Sono consapevole che se potessi indossare la mia vera forma, in quei momenti, scodinzolerei dal divertimento.
Perché il bello, della sua rabbia, e questo l'ho scoperto un po' per caso, è che si sposa benissimo con la mia irruenza. E nel distruggerci a vicenda, finisce che poi rimane solo quieta, appagata, pigrizia. Persi dietro silenzi necessari, perché abbiamo esaurito tutta l'aria della stanza, e non resta forza nelle vene. O forse sufficientemente forti, e dotati di aria, ma comunque intenzionati a restare incastrati, vicini. Non so se mi sono mai sentita, in vita mia, così vicina a qualcuno.
Ho scelto un paio di isole, da visitare prossimamente. E ho trovato un modo originale, per comunicarglielo.
...Ogni tanto, invece, quello che mi racconto di questa storia è che non riuscirò a gestirla. Che non ho controllo, come quando si precipita dall'alto, e non vi è alcun appiglio per arrestare la caduta se non il suolo. Ogni tanto una voce sottile, sibilante, mi bisbiglia che è solo questione di tempo, prima di toccare il suolo, e che una volta a terra mi farà malissimo. Però poi il vento cambia, mi porta il suo odore, mescolato a quello della salsedine. E la sua voce, che impreca, o sussurra promesse, o minacce. E allora la voce sta, finalmente, zitta.
C'era una volta una Strega, che aveva smesso di aver paura di tutto. Non temeva combattenti né Draghi, la Morte non la spaventava, e viveva assai coraggiosamente, perché il tempo in cui viveva richiedeva gran coraggio. Era abbastanza forte da uccidere un uomo sul colpo, agitando appena la punta della sua bacchetta, ed era in grado di estrarre proprietà strabilianti dai cristalli, dalle erbe, da ingredienti di originale animale, e di sondare a piacimento il passato e il futuro, suo e degli altri. Sembrava invincibile, indomabile, impiegabile. Finché il Pirata - non uno a caso, l'unico, senza contraffazioni - non la guardava dritto negli occhi, e non sfoggiava quel mezzo sorriso malandrino. Allora lei aveva paura di se stessa, più che di lui. E tutto il resto, improvvisamente, perdeva importanza. Lui diventava tutto, e lei naufragava in quel tutto, finché di entrambi non restava che niente.
- Magia -
"Una quindicina di anni fa, quando Nenuial era la Prima Signora della Luce e reggeva il Myador di Luce, un evento noto come Apocalisse Psionica sconvolse il mondo dei Draghi. Una creatura chiamata Tiamat, un Drago dalle tre teste, si avventò su questo mondo. Ci fu una battaglia terribile tra tutti i Draghi e Tiamant."
Ogni tanto mi chiedo se Lily non sia prigioniera, di una vita che tutto sommato non si è neanche scelta. Non perché la Stregoneria sia una prigione, ma perché essere a capo di qualcosa inevitabilmente lo diventa. Perché ricordo che mio padre nei momenti difficili, durante le siccità o i raccolti scarsi, o le epidemie, o quando capitava anche solo uno di tutti quegli imprevisti che spesso accadono a chi decide di non vivere tra quattro mura ma si sposta per il mondo, doveva sempre mostrarsi forte, pronto, inscalfibile. A lui non era consentito mostrarsi debole, tentennante, incerto. Non poteva. Faceva un'unica, importante, eccezione a questa sua totale chiusura, questa sua assoluta mancanza di comunicazione all'esterno di ciò che realmente sentiva, e provava. Mia madre. Lei riannodava gli strappi delle sue sicurezze, asciugava le lacrime che lui si rifiutava di versare, lei era in grado di dargli conforto anche se lui - ostinatamente - asseriva di non averne bisogno. Per dirla come la direbbe Veggente, lei era la sua Ancora del Presente.
Mi chiedo quali siano, le Ancore di Lily. Se le viene mai voglia di piangere (si, lo so, è una Strega dell'Est, sono io quella che piange) se ha qualcuno che la ascolti veramente. L'altra notte mi ha raccontato qualcosa di lei, del suo passato. Lei sa ogni cosa, di me, ed io mi sono resa conto di sapere pochissimo di lei. Non parlo del modo di mandare avanti la Congrega, delle scelte strategiche che intende attuare, delle alleanze che vorrebbe stringere o sciogliere. No, su quello, sono ben informata. Mi sono resa conto, in effetti, di sapere poco della persona, della donna. Alcuni dettagli, in effetti, sono trapelati comunque. Per esempio l'altro giorno di fronte ad Aasgard, e alle sue farneticanti manifestazioni di interesse nei confronti del mio utero, mi è sembrata meno umana del solito, e più Licantropa. Una Licantropa che difende i suoi cuccioli, se li sente anche solo minimamente minacciati. Non credo che essere Ministro della Stregoneria imponga che si crei un legame stretto, e saldo, con l'ArciStrega, e parlo di un legame personale. Penso che certe cose accadono e basta. Con Gladie è accaduto cosi, ancora prima che le nostre cariche si mescolassero. Credo che se è destinato ad essere, anche con Lily capiterà in questo mondo. Nel frattempo, raccolgo dei frammenti di lei, pezzi della sua identità che non mostra spesso, o delle sue storie. E cerco di imparare ad essere un po' più come lei, su certi aspetti, e un po' meno come sono io. Come vuoi diventare, da grande? Come Lily.
C'era una volta una Bambina. Aveva sistemato un velo rosso, sotto al cappello a punta, e tratteneva il respiro ogni volta che le si rivolgeva parola. Specie la prima volta che era rimasta sola con Lily, in una stanza, per lungo tempo. Le aveva spiegato le primissime nozioni della Stregoneria, e le aveva descritto come si sarebbe sentita, da quel momento in poi. A un certo punto, e lei non seppe mai bene come fosse finita a quel punto della sua storia, le misero in mano un Pendolino della Chiaroveggenza. Un minuto prima era bambina, non aveva neppure mai impugnato una bacchetta, quello dopo le si chiedeva di divinare guardando in una sfera di Cristallo.
"Siete cresciuta, Tempesta, non avete motivo di temere alcunché. Andrà tutto bene. E poi sono qui: conosco un metodo infallibile per riportare un Veggente al Presente. Prevede ceffoni ben assestati"
- Luna -
"Ho vecchi racconti dei nomadi...tipo quello della lepre che voleva vedere il mondo ed attraversare il mare, ma non avrebbe mai potuto farlo da sola no? l'oceano è immenso, e freddo...e allora chiede ai coccodrilli di allinearsi e fare una sorta di ponte senza mangiarla.. secondo voi cosa accadde? la mangiarono? le permisero di passare"
Con Furore è stato diverso. Forse perché Furore ha dato sin da subito amplissima dimostrazione del detto "omen nomen", ancor prima di assumere questo nome e ancor prima di diventare Mannaro. Stargli vicino e guadagnarmi la sua fiducia e il suo rispetto ha richiesto da parte mia infinita pazienza, un certa dedizione, e lo slancio necessario a superare una serie corposa di momenti difficili. Momenti in cui avrei voluto strangolarlo, e gettare il cadavere nel Fiume La Quiete perché il suo nome divenisse Fiume La Tragedia. Dunque, Furore forse non fa troppo testo. Con Dhnir, invece, è successo che mi ha chiesto lui. Di insegnarli, di spiegargli. E' trotterellato lui tra le mie zampe, a seguire le mie impronte. Sento una grande responsabilità verso ogni Cucciolo che incrocio. Ma con lui c'è anche qualcosa di diverso, qualcosa che va oltre la protezione, l'istinto ferale che ci appartiene. Me ne accorgo quando parliamo, e con leggerezza dipingiamo scenari impossibili, e alternative possibili (e catastrofiche). Me ne accorgo dal modo in cui le nostre storie, cosi diverse, si incastrano tra di loro, e come combacino parti dei nostri vissuti diversi. Incredibilmente abbiamo dei punti in comune. Lui ogni tanto ha fretta di mettere le mani avanti, rassicurarmi che non è una persona buona. Come se poi contasse, nella vita, essere buoni, o cattivi. Io non so giudicare cosa lui sia, so solo che quando è vicino, mi preoccupo che stia bene, e cerco di insegnarli quel poco che so del nostro mondo. So che mi fa venire voglia, ogni volta, di fargli un mucchio di domande. Mi ha detto che un Demiurgo, tra le altre cose, è in grado di leggere delle storie nelle stelle. Storie che non mi può raccontare, giustamente. Però, l'altra notte, ha esaudito comunque la mia preghiera, e mi ha raccontato comunque qualcosa, qualcosa che io potessi ascoltare. Sembrava quasi una fiaba, in effetti, anche se mi veniva da ridere perché la sua barba punge un sacco. Guancia contro guancia, nel silenzio del deserto, un racconto interattivo dove mi chiedeva come io pensassi proseguisse la storia. Non si ricordava il finale, il che è un peccato.
Allora ho deciso che il finale glielo scriverò io.
C'era una volta una Lupa Nera, colpita al fianco da un Cinghiale. Il Cinghiale era stato ucciso, e divorato, ma il fianco le doleva terribilmente, e aveva cercato riparo zoppicante, in una piccola grotta poco lontana, sotto il battere tenue della pioggia invernale. Con lei c'era un Lupo Nero, più giovane, e con una profonda ferita sotto al muso. Anche quella, opera del medesimo Cinghiale. Lei si era distesa a terra, per cercare sollievo. E lui si era steso accanto a lei, il muso sulla sua schiena, a lapparle la ferita, e a vegliare sul suo sonno.
Tu non te lo ricordi già più, perché sei un Cucciolo. Ma durante la Luna Piena ti sei preso cura di me, mi sei rimasto vicino. Come si fa in un branco. Nella quiete di una tana improvvisata, ti sei assicurato che io mi sentissi meglio, non mi hai lasciato un istante. Tu non lo ricordi, ma io non lo dimenticherò mai. Stai crescendo, Dhnir. Diventi grande, e ti comporti da Mannaro grande. Presto non avrai più bisogno, delle mie lezioni, e forse anche della mia presenza.
Ma è stato comunque emozionante, vederti crescere, ed evolvere.
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