"Questo è il mio finale. Adesso tocca a te, scrivere il tuo"

Resto un po' ferma, di fronte alla porta della Locanda, incerta se entrare o meno. L'insegna, che raffigura una balena bianca, cigola piano sulla mia testa mossa appena dal vento. Dietro di me c'è il gracchiare dei gabbiani, il rumore dei carri su una strada acciottolata, ed intrecci di parole dette in una lingua sconosciuta che mi ricordano che questa non è la mia terra, non è il mio posto. Alla fine raccolgo un respiro, di quest'aria che mescola insieme salsedine e sterco, legno umido e muschio. E spingo la porta di legno, entrando e guardandomi attorno. C'è qualcosa di confortante, nelle taverne. Non importa dove tu ti trovi, né della compagnia che hai dietro, né da quanto tu sia in viaggio. Al suo interno ci sono sempre gli stessi elementi: un bancone, un oste, avventori più o meno molesti, cibo di qualità variabile e tantissima birra. E questo li rende quasi una sorta di...punti fermi. E solo chi è vagabondo, nomade, o semplicemente chi si sente sperduto, sa descrivere quanto sia importante trovare dei punti fermi, e aggrapparcisi. Ho capito che era lui, il mio uomo, non appena il mio sguardo gli si è posato addosso. Perché era assolutamente diverso, da qualsiasi tipico frequentatore di locanda, ed apparteneva ad un tempo tutto suo. Era un uomo comunissimo, e forse proprio questo lo rendeva straordinario. E aveva, come promesso, una scacchiera sul tavolo di fronte a sé. Un uomo anziano, dai capelli che il tempo rendeva più bianchi che grigi, e dalla pelle segnata da un  reticolo di rughe fitte fitte.

"Mi ci vedi? Peli bianchi, denti molli...basta un odore più di femmina e partono le palle"

La frase si infila pungente, tra i miei pensieri, e dalla testa scivola all'altezza dello sterno. Così ringhio, per tenere buono il ricordo, e mi avvicino al tavolo. Non è grasso, e non è magro, e ha le mani di chi non ha conosciuto il duro di lavoro. Le vedo bene ora che sono vicina, e che lo osservo con una certa vivida curiosità.

"Signor...Pablo, giusto?" chiedo, con un mezzo sorriso, al quale risponde il suo. Ha occhi di un bell'azzurro, che l'età ha reso forse un po' più slavati di quanto non fossero in gioventù, ma che restano buoni e dolci, sotto cespugliose sopracciglia. 
"Giusto...ed io come devo chiamarvi, mia signora? Curiosa viaggiatrice, avida lettrice...o semplicemente Tempesta? Che poi...Tempesta è il nome che vi hanno dato, o che vi siete data?" mi osserva con la stessa curiosità che ho io, restando fermo sulla sedia. Siamo in un tavolo defilato, in una zona tranquilla, vicino alla finestra. La luce filtra abbondantemente da vetri non esattamente puliti, e illumina la scacchiera.
"Entrambe le cose, in un certo senso. Me l'hanno dato, e a un certo punto l'ho sentito mio, l'ho scelto con più convenzione" mentre parlo giro la scarsella, in modo che mi poggi sul grembo. E tiro fuori, dal suo interno, un libro che gli porgo. 
"Questo credo che vi appartenga. O, meglio...vi appartiene la poesia scritta al suo interno". Lui lo riconosce, da subito. Allunga le mani, un po' tremanti anche se non so dire se per l'emozione e per la vecchiaia, e lo raccoglie dalle mie. Lo sfoglia fermandosi subito, proprio oltre la copertina. Legge le parole, che ha vergato lui stesso molti anni prima, e gli occhi li si riempiono di lacrime. Resto un po' in silenzio, paziente, e silenziosa. Dietro di noi avventori vengono, ed avventori vanno. Ma noi due per un po' rimaniamo sospesi, io nei miei pensieri e lui nei suoi. Finché non solleva gli occhi, per cercare i miei.
"Perdonate questo vecchio sentimentale. Ma rileggermi...è un po' come rivedermi. Il tempo a volte appanna i ricordi, li rende ovattati. E avevo dimenticato che genere di persona fossi, da giovane. L'intensità delle emozioni che provavo. E tuttavia...non ho di certo dimenticato la storia alla quale questa poesia è legata" si interrompe un po', ora, tenendo il libro con sé, ancora aperto. "E' per questo che mi avete scritto, vero? Per conoscere questa storia. Anche se non capisco bene il perché"
Resto un po' in silenzio, abbassando gli occhi sulla scacchiera. Non ha iniziato nessuna partita, e le file di pezzi bianchi e neri si fronteggiano gli uni di fronte agli altri, ancora perfettamente intatti.
"I motivi sono molteplici. Perché il mio istinto mi dice che il libro non sia capitato a me per caso. Penso che la vostra storia si sia incrociata alla mia per un motivo che ancora mi sfugge. Perché, per mia natura, mi piacciono le storie e sono una persona curiosa e..."

"No Elianthe, non sai un cazzo di quello che penso e cosa possa esserci nella mia testa. Se farei questo, se farei quest'altro...se...se...se..."

Mi sono fermata, ho richiuso le labbra di scatto. E mi sono un po' persa in pensieri pungenti, finché non ho sollevato lo sguardo trovando su di me quello di Pablo. Mi sta fissando i capelli, il modo in cui la Stregoneria ha stinto il bruno delle ciocche donando ad alcune il colore viola, e ad altre il magenta. E poi mi guarda gli occhi, e le mani. Devo sembrargli assai strana.

"...e perché credevo che fosse giusto che il libro, e la poesia, tornassero a voi. Se dunque non volete sfogliare con me quel capitolo del vostro passato, vi prego di non sentirvi obbligato. Sono comunque contenta di avervi riportato qualcosa che vi apparteneva"
Lui resta un po' in silenzio. Poi, con grande sgomento di Elianthe, inizia a scollare la sguardia dalla copertina, con gesti lenti e precisi. E quando la carta, leggera, si solleva, rileva una taschina interna. E  sguscia fuori un piccolo ritratto. Raffigura una donna bellissima, dai lunghi e ondulati capelli neri, e qualcosa di misterioso nello sguardo.

"Lei era Isabel. Ed aveva questo strano potere, che alcuni chiamano amore, di rendermi profondamente infelice e profondamente felice. A voi capita di sentirvi così, mia Signora? Piena di luce, felice in un modo che il cuore sembra scoppiarvi nel petto e che l'esplosione vi ecciti anziché turbarvi? Voi siete felice?"

Me lo chiede, mentre mi porge il ritratto, perché io lo guardi meglio da vicino. Lui trattiene il libro e, poco dopo, muove un pezzo sulla scacchiera. Il suo pedone bianco scivola silenzioso di due caselle in avanti. Un invito a giocare. Sono felice io?





***
I vapori, dalla vasca, si sollevano lenti. Rivoli di fumo spesso, che si staccano dall'acqua e fanno un'ultima carezza ai corpi, prima di risalire nel vuoto e lì dissolversi. I corpi, a proposito, non ci entrano benissimo nella vasca. E' un po' troppo piccola, per due persone. Ma Elianthe è piccola, si adatta. Se non fosse che non riesce a stare ferma. Lei occupa un lato, lui un altro. Tiene le braccia appoggiate al bordo, la testa all'indietro, rilassato, così all'indietro che quando lui parla non gli vede il viso ma solo il pomo d'Adamo sollevarsi. La schiuma galleggia sul pelo dell'acqua, e nel muoversi della stessa si infrange contro i pettorali dell'uomo, mentre Elianthe si strofina le braccia con una spugna. Poi lui dice qualcosa, qualcosa di estremamente stupido. E allora lei ride, e solleva il piede per tirare un colpetto di punta a quel petto. Il rumore dell'acqua si mescola al tintinnio della cavigliera che indossa. E poi lui è più veloce, quel piede glielo afferra, li alla caviglia. Serra le dita attorno a pelle lucida e metallo, ignorando le rimostranze di lei che ritira un po' la gamba, e si finge oltraggiata. Per avvicinarlo al muso, e morderlo. Neppure tanto lieve come morso, perché lei ora grida e ride, agitando acqua e schiuma. E poi ride anche lui, mentre la libera, solo per rialzarsi. Il piede si inabissa, ma lui si avvicina, la imprigiona di nuovo. E anche se l'acqua trabocca, oltre il bordo, loro due affogano insieme nello schiocco dei baci, e nel mormorio di ringhi e risate, persi in qualcosa che resta etereo e caldo, come il vapore che li circonda

"Si. Io sono felice".

***

Non sono brava a scacchi. E' un gioco troppo complesso, per cominciare. E, per finire, richiede qualcosa di cui difetto sempre nelle sfide. La pazienza. E' un gioco di ragionamento, e che richiede accurata capacità di calcolo. Non fa per me. Io mi concentro sulle cose sbagliate. Penso a divorare pedoni, quando il principio è conquistare un solo pezzo: il Re. Non so dire se mi  coinvolse di più giocare con Pablo, o il raccontò che iniziò a narrarmi.

"Ci incontrammo per caso, e forse già allora avrei dovuto capire che la mia vita sarebbe cambiata per sempre. E che la natura stessa, del nostro rapporto, era violenta e imprevedibile. Era una di quelle giornate pazze, di primavera. Pioveva, ma l'aria era satura dell'odore del glicine. La città in cui entrambi vivevamo, si chiamava Arhom. Lei era nativa di li, io ero giunto in quei posti perché volevo diventare qualcuno. Vivevo in un sottotetto decisamente scomodo, troppo povero per permettermi una stanza come si vede in una qualsiasi locanda. Mi barcamenavo tra lavori di fortuna e, quando potevo, vendevo i miei racconti, venivo pagato di volta in volta, una ben misera paga. Avevo perennemente le tasche piene di pergamene sgualcite e le dita sporche di inchiostro. Quando incontrai Isabel, appunto, pioveva. E il vento le aveva strappato via la sciarpa. Io ero perso, nei miei pensieri, e venni aggredito due volte. Prima dalla sciarpa, che mi si schiaffò sul viso, e poi da lei, che nell'inseguirla era scivolata finendomi addosso. Ecco, mia signora. di quel giorno ricordo il dolore del suo cranio contro il mio mento, e il suo profumo. Ricordo il nero dei suoi occhi, dispiaciutissimi eppure divertiti, e il modo in cui sorrideva. Ricordo che le sporcai la sciarpa e che lei, con un solo sorriso, sporcò per sempre la tranquillità della mia anima."

***

E com'è stato, invece, il nostro primo incontro? Io che cado da un camino, con Lily, alla Stamberga al posto che ai Quattro Manici di Scopa. Tu che mi guardi le gambe. Ed io che ti rubo la carne.

"L'importante è che non cerchiate di staccarmi qualche dito ragazza...perchè, nel caso, sarebbe un problema...Ma son di buona forchetta anche io. Siete l'ideale da portare a cena fuori...altro che elfe che si saziano con una nocciolina ammuffita"
"Mh, no, Dhnir. Non c’è soddisfazione, nelle dita. Non saziano. Si addenta al collo, all’altezza dell’arteria, poco sotto la mandibola. E si consumano per prima le parti “nobili”. Cominciando dal cuore, ad essere precisi. Quindi, no. Le vostre dita sono al sicuro. Dite? Non saprei. Solitamente la cena me la procuro da me"
"Troppo facile e veloce sotto la mandibola, morte rapida....morte noiosa...ma che le mie dita siano al sicuro mi rincuora <a prenderla in giro, pacato aggrottando di nuovo la fronte quando il trucchetto involontario di lei ne attira l'attenzione> Se si balla nudi e lei c'è <indicando la giovane mannara> io mi posso autoinvitare si?"

***

"La invitai a bere qualcosa, al caldo, per farmi perdonare di averle macchiato la sciarpa. Era più giovane di me, e incredibilmente bella. La sua famiglia era importante, ad Arhom, ne conoscevo il cognome sebbene non sapessi esattamente di cosa si occupavano. Alla fine fu lei, a pagare per me. Mi offrii di ripagarla, con una poesia, e le chiesi di passare il giorno dopo, in quella stessa locanda. Pensai che non l'avrei più rivista. Che fosse un miraggio suggerito dalla pioggia, e che non esistesse. Ed  invece il giorno dopo...c'era il sole. O forse era lei che era in grado di illuminare ogni cosa. Scacco matto"

Elianthe sussulta, bruscamente. Uno sbuffo indispettito dal naso, quando si rende conto di aver perso.

"Ricominciamo" suggerisce lei, mentre il vecchio ride, e lei si rimette a sistemare i pezzi in due file ordinate, muovendo rapidamente le dita. Solo quando lei si ferma, ed i pezzi son di nuovo al loro posto, lui solleva la mano. Fa una nuova apertura, e ricomincia.

"C'era tra noi un'elettricità costante, un qualcosa di improvviso e talmente intenso da risultare doloroso. E ogni cosa capitò naturalmente. Come naturalmente si respira, e si sogna. Ecco, la prima notte insieme è come un sogno. Ricordo la pelle bianca, cosi bianca da farmi sentire inadeguato. Avevo paura di contaminarla, con tutti gli sbagli che mi portavo dietro, con tutte le insicurezze su ciò che ero e che potevo offrirlo. Ma erano...briciole, di dubbi. Rapidi come il passaggio di una stella cadente. Quando si è giovani, mia signora, si è anche molto egoisti. E quindi tutta questa nobiltà di sentimenti è evaporata in fretta. Mi sono perso su di lei, tra le sue labbra, in ogni sua curva. E questo è stato il vero, inizio. Veniva nella mia piccola mansarda, e spargeva i suoi vestiti tra i miei fogli, sul pavimento. E in quella stanza il mondo sembrava dilatarsi, il tempo fermarsi. Le leggevo quello che scrivevo, tenendomela vicino. E mi sembrava che il cuore battesse meglio, che ogni cosa solo perché c'era lei in quei centimetri di spazio, avesse un sapore nuovo. La stanza, che fino ad allora mi era sembrata squallida, divenne l'ultima meraviglia del mondo conosciuto" fa una piccola pausa, poi prosegue "Forse, detta così, sembrò solo passione fisica. Amore carnale. Ma quello fu il prima. Mi innamorai di lei due volte, se vogliamo. Del profilo del suo naso, del colore dei suoi occhi. Dell'odore che aveva tra i seni, della forma delle sue cosce. E poi mi innamorai della sua intelligenza, e del sarcasmo pungente. Del modo in cui le era facile ridere, e rendete tutto leggero, inconsistente. Io ero pieno di parole, di poesie. Gliele scrivevo sul ventre nudo, in punta di dita, gliele raccontavo per cullarla nei sogni. Lei parlava poco. Ma quello che diceva restava dentro, inciso, toccava corde di comprensione e di empatia che nessuno aveva mai toccato. Di lei amavo il corpo, e forse ancora di più l'anima. La gentilezza delle carezze, la bontà dei gesti. Era come avere tra le mani una creatura di pura perfezione. Furono tre mesi di felicità accecante, come quando si guarda il sole, al mattino"

***
E' mattino. Hai dormito con me, stanotte. Mi tieni ancora stretta, tra queste dita fasciate, mentre dormi così profondamente. Ho come l'impressione che tu spesso non dormi così. Che il tuo sonno è più agitato, scosso, tormentato. Che digrigni i denti, perché anche li devi cacciare, lottare, emergere, combattere. Mi sono addormentata con questo pensiero, e con le mie dita tra i tuoi capelli, nel battere del tuo respiro regolare sul mio viso. E ora che è mattino, mi ha svegliato la luce e mi ha svegliato il malcontento. Mi è sembrato che la notte sia volata in un soffio. E vorrei che tu restassi, che ricominciasse il buio, e che il calore del tuo corpo vestito rimanesse ancora un po' accanto al mio. Abbiamo dormito vestiti, eppure sei vicino, così vicino che sento la pelle scottare come fosse stretta alla tua. E' mattino, e nel sonno mi cerchi con il muso. Mi graffi con la barba, ma te lo lascio fare. E mi chiedo cos'altro ti lascerei fare. E fin dove, ti lascerei arrivare. Sospiri, ad occhi chiusi. E prima ancora di aprirli, e di fare pace col fatto che ti toccherà alzarti e andare via, possibilmente senza farti notare, mi baci. Cerchi le mie labbra, e quando le trovi ti ci fermi. Hai il cervello ancora spento, fa tutto il tuo istinto, e la memoria del tuo corpo. E nel tuo corpo, da ieri notte, è impresso il primo bacio, il mio sapore, ed il tuo. Chissà se sarà l'ultimo.

***

"Che cosa accadde, dopo tre mesi?"
"La sua famiglia lo venne a sapere. Isabel non si scompose affatto. Non si vergognava di me, e ammise ogni cosa. Il padre non la prese bene, e col sennò di poi non potevo poi dargli torto"
"Perché?"
"Cos'avevo, dopotutto, da offrirle? Che concretezza le potevo dare? La tenerezza non riempie lo stomaco, e il sincero affetto non protegge dalle malattie, dalle calamità, dagli ostacoli. Furono giorni di guerra, e di silenzi. Le proibirono di uscire, ma lei sgattaiolava via lo stesso. Lottò per noi con un'intensità commovente. Se ci ripenso, se ripenso alle sue spalle cosi delicate, e alle braccia sottili, mi chiedo come abbia potuto sopportare tutto quell'odio e quel rancore. Da un lato. E me che non ero...non ero esattamente..." si interrompe. Elianthe approfitta, del suo momento di debolezza, per mangiargli un Cavallo. Lui spalanca gli occhi, e poi si mette a ridere.

"Non vi fermate di fronte a nulla, vero? Sapete, per certi versi, me la ricordate. La stessa intraprendenza, e la stessa fermezza, nello sguardo. Posso immaginare che, starvi vicino, sia avventuroso. E che siate molto brava a capire, a intuire. "
Ora è Elianthe che si fa seria. Gira il viso verso la finestra. Fuori ha cominciato a piovere ed il vetro è scheggiato di gocce. 

"No...non sempre. Non mi riesce sempre bene, capire l'altro"

***

"Non ho mai detto no quando mi hai mostrato te, la tua fede e i tuoi dei, anche gli altri.  Non li ho giudicati né l'ho fatto con te. Perché non ho interesse ad importi niente né a vederti diversa ma tu...con tutta questa storia, queste accuse mi fai capire che mi vorresti si con una fede diversa. Dimmi un solo momento in cui ho giudicato la tua fede. Tu, diversamente, lo fai...anche senza parole. Sapevi dall'inizio chi sono e cosa sono.  Non l'ho mai nascosto, non te l'ho mai alleggerito. È la mia Fede ed il mio cammino esattamente come tu non potresti essere altro che una Strega. Non è oltraggioso ne eretico ma non cambia le cose. Non hai idea di quel che penso. Come vedo le cose tra te e me. Ma ogni volta per te è una colpa ed un giudizio. Come se non mi importasse. Ed allora vuol dire che di me non hai capito molto."

***

"Volevo essere alla sua altezza, disperatamente. Così mi presentai a suo padre, e mi dissi disposto a fare qualunque cosa, pur di starle vicino. La sua famiglia aveva diverse attività commerciali. Iniziai a dedicarmi alla vita che suo padre aveva deciso fosse la migliore, per me e per entrambi. E, lentamente, tutti i miei sogni, le mie ambizioni, iniziarono a morire. Dietro rotoli di stoffe, e signore bisbetiche, dietro metri e conti da pagare, dietro riunioni noiose di cui spesso non comprendevo niente, e logiche di mercato che non mi appartenevano. Improvvisamente non c'era più poesia, non c'era più emozione. il sogno che la letteratura sa riconoscere e dare. E spesso, quando io e lei eravamo insieme ad altri, nelle riunioni di famiglia e nelle occasioni più formali, mi sentivo terribilmente fuori luogo. Lei che in quell'ambiente era nata si muoveva con la grazia di una sirena. Io ricordavo più un tricheco, sgraziato e spiaggiato, abbandonato sulla rena alla mercè dei gabbiani. La mia vita era diventata monotona e, soprattutto non era più mia. E questo andò ad intaccare anche il rapporto con Isabel. Iniziammo a litigare. E nei litigi si introdusse il rancore, e le nostre diversità. Ciò che prima era un punto di forza divenne un ulteriore ragione per allontanarsi. E dirsi cose dolorose, quel genere di male gratuito che non serve a nulla se non a smarrirsi. E quello che mi era sembrato un gesto doveroso, per premiare la sfida aperta che lei aveva rivolto alla sua famiglia, alla fine mi sembrò un suicidio"

***

"E allora smettila di aggredirmi se provo a decifrare il tuo cazzo di ruolo e a incastrare la tua complicata vita con la mia perché non me lo merito"

"Ti aggredisco nel momento in cui mi chiedi cose assurde"

"Ma Cosa dovrebbe essere assurdo? Mi dici cose contrastanti, cerco solo di...Va bene. Sai cosa? Non ti chiedo più un cazzo. E comunque nessuna domanda che io ti faccio, dalla più idiota alla più sensata, ti da il diritto di aggredirmi. Nessuna"

"Puoi fare come vuoi? Non posso nemmeno rispondere? Non sei sola...renditene conto ogni tanto."

"Sei tu quello che dimentica di non essere più solo. Renditene conto. E renditi conto che io non sono uno dei tuoi fratelli. Se a loro rispondi di merda, a me non piace essere trattata così"

***

"Va tutto bene, mia signora?"
Elianthe si rende conto che continua a stringere tra le dita il proprio alfiere. Il braccio sollevato, la mano ferma nel vuoto. E lo sguardo assente, che riporta su Pablo quando lui le fa quella domanda. Per un po' non dice nulla. Poi scuote un pò la testa.
"Si, vi chiedo scusa. Sto ascoltando. Cosa successe, dopo?" e nel dirlo pone l'Alfiere proprio di fronte alla Regina avversaria. Pablo muove il proprio pezzo, e lo divora. Elianthe sospira, annusando nell'aria l'odore di una nuova sconfitta.
"Me ne andai via"
"Cosa?"
"Si...pensai che fosse meglio, per me e per lei, separarci. Eravamo troppo diversi"
"Ma...e tutto quell'amore, di cui mi avete parlato?"
"Era ancora tutto li. Ma non ero più io, quello che le stava vicino."
"Ma lei... non potevate portarla con voi?""
"E cosa avrei ottenuto? Che lei non sarebbe più stata lei. E tutto sarebbe finito tale e quale e prima. No, mia piccola Tempesta. Io volevo che lei fosse felice, prima ancora che con me. Volevo che lei sorridesse come i primi giorni, quando pensavo che il suo sorriso fosse in grado di influenzare il tempo. Ed io le stavo negando tutto questo. Così raccolsi le mie cose...e andai via. Scelsi un'altra città. E continuai a inseguire i miei sogni. Conobbi altre donne, ma la verità è che non si riempie un vaso già colmo. E lei aveva riempito ogni vuoto, ogni spazio. Era rimasta li, anche se lontana, Venni a sapere che si era sposata, con uno della sua classa. E che era rimasta li"

Elianthe ha gli occhi lucidi. E a mano a mano che lui parla lacrime lente iniziano a scivolare. Pablo all'inizio non se ne accorge, tiene gli occhi sulla scacchiera. Finché non sente il singhiozzo, e lei non nasconde il viso tra le mani. E il pianto diventa più forte, liberatorio. Piange tenendo il viso imprigionato tra le dita, mentre i singhiozzi le fanno tremare le spalle

***

Hanno camminato insieme, nel bosco. Nel silenzio della notte c'è solo il canto del gufo, e il rumore dei loro passi sul tappeto erboso. Finché lei non si ferma, e non lo abbraccia. Gli mormora qualcosa, richiamandolo per nome. Cosi vicina da sfiorargli la bocca con la propria, senza mai realmente baciarlo.

"Volevo dirti...che quello che sento per te, le cose che voglio per noi. Te le meriti, perché te le sei guadagnate tutte"

L'estate è vicina. C'è il canto di una cicala, che si mescola alle parole di lei. E che prende il sopravvento quando lei finisce, di parlare. Perché lo bacia, e perché lui sta zitto. O forse le parla in un altro modo. Perché poggia la fronte contro la sua, e per un po' sembra non esistere altro, che le sue mani appesa ai fianchi di lei, ed i respiri cosi vicini da sembrare uno solo. 

***

C'è un fazzoletto bianco, che le viene sventolato davanti. Se ne accorge poco dopo, quando tira su col naso, e cerca di darsi un contegno, riabbassando i palmi per mostrarsi mortificata, di fronte agli occhi inteneriti di Pablo. 
"Vi chiedo scusa. Credo di essermi immedesimata troppo" aggiunge, usando il fazzoletto per ripulirsi gli occhi, e poi per soffiarsi il naso.
"Mi dispiace, aver forse toccato ferite aperte"
"E' una storia bellissima ma anche così triste"
"Si, vero. Non vi andrebbe di conoscerla?"
"...Chi?"
"Isabel"

Elianthe resta per un po' perplessa

"Sapete dove si trova, ora?"
"Ma certo, è a casa nostra"
Elianthe spalanca la bocca, sorpresa.

"Scacco matto"
Riabbassa gli occhi, sulla scacchiera.
"Dannazione!"

***

Pablo mi ha presentato Isabel. Ho cenato con loro. Lei è ancora bellissima, e lui la guarda come se da lei non dipendessero solo le sorti del clima, ma anche l'intero scorrere del tempo. L'ultima parte, della storia, me l'ha raccontata lei. Il matrimonio voluto dal padre, e durato poco. E l'idea che forse, lei e Pablo, in un altro contesto sarebbero potuti essere felici. E' stata lei, dunque, a farli riunione. A ritrovarlo, e a presentarsi a casa sua con una valigia piena di dubbi e speranze. Lui ha aperto la porta, una mattina, mentre si faceva la barba. Lei lo ha picchiato, rischiando persino di farlo tagliare col rasoio. E poi hanno fatto l'amore, e in un certo senso non hanno più smesso. Hanno continuato a litigare, ma per cose diverse. La spesa, il disordine. Cose normali. Lui è diventato uno scrittore, lei si è potuta dedicare alla pittura. Non hanno vissuto una vita da ricchi, ma hanno vissuto una vita piena. E felice. 

E' mattino, quando torno a casa. Ho tra le mani un fagotto di dolci. E, come mi aspettavo, la stanza è vuota. Per un attimo sento addosso tutto il peso della solitudine. Poi qualcosa, sul cuscino, attira la mia attenzione. Mi avvicino, posando il fagotto sul comodino. E allungo la mano per prendere un piccolo colibrì di carta verde. 

***

"Vedi, bambina...alla fine ho deciso di cercarlo perché l’amore – quello vero, feroce e gentile insieme – è l’unico luogo in cui la mia anima smette di bussare alle pareti. Perché ho capito che c'è differenza fra felicità e contentezza e perché la memoria è un giardino ostinato: può piovere, può gelare, ma certi semi germogliano lo stesso. Ogni gesto quotidiano, dal più banale al più importante, mi restituiva il suo volto in controluce, frammenti di lui, ricordi di noi. L’assenza continuava a parlarmi con la sua voce; invece di zittirla, ho deciso di seguirla. E ho compreso che l'amore non si misura con l’assenza di ostacoli, ma con il desiderio di attraversarli insieme. Altrove avrei avuto comodi terrazzi; con lui scelgo sentieri scoscesi, sapendo che la sua mano regge la mia anche quando trema. Ho scelto lui non per bisogno, ma per abbondanza. Perché accanto a lui non mi completa; mi espande. Mi lascia essere urlo e bisbiglio, vetro e pietra. L'amore vero non pretende versioni ideali: celebra le crepe, i giorni storti, le parole stonate. E nei suoi silenzi ho trovato carezze, nella sua fragilità la prova più concreta di coraggio. Adesso so che la felicità non è mai garantita, ma è sempre possibile: accade in ogni istante in cui lo guardo e riconosco me stessa, intera, nel suo sguardo. Questo è l’amore. E questo è il nostro finale. Adesso tocca a te, scrivere il tuo"

Commenti

Post popolari in questo blog

Passato & Presente

"Ci sono parole intrappolate nel vento...