Sulla Morte, sulla sua attesa, e sulla vita


A un tratto ciò che siamo, non sarà più.
Cose come ricchezze, conquiste e vezzi cesseranno di avere importanza.
E anche noi, cesseremo.
In un dissolversi di cenere e polvere, compiendo l'ultimo tratto di un viaggio infinito
che ci ha tenuto lontano dalla nostra sorgente.
Cesseremo come singoli per diventare moltitudine.
Di nuovo Uno.

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"No, non state zitta: ce ne sono fin troppe di glabre che se ne stanno zitte o che farebbero meglio a farlo, voi non rientrate tra queste.
Anche se siete sicuramente molto rumorosa"


Va bene, non sto zitta.
Non voglio, che tu muoia. 
Ho provato a immaginarti, riverso in un campo con l'armatura brillante chiazzata di vermiglio, e gli occhi scoloriti di cielo e vita. Severo, in un modo diverso dalla tua consueta severità. Ho provato a pensare che, dopotutto, è questa la fine che un guerriero si sceglie. E comunque non è servito, non mi sono data lo stesso pace. Mi è sembrato comunque uno spreco, l'idea di te a far da pasto ai vermi. Cosa si dice a qualcuno che decide di passare con te quella che potrebbe essere l'ultima notte della sua vita?Niente di utile, niente di intelligente. Assurdo quanto le parole perdano di significato, e non si riesca a trovare niente di adatto per colmare quel senso di attesa e incertezza che ti rosicchia le ossa del cuore. Così ho continuato a fare domande, ad essere rumorosa, a baccanare nelle sue orecchie da Lupo per distrarlo. La mia mano, minuscola, è sparita nella sua, grandissima, e abbiamo danzato nel deserto tra il riverbero dalla luna e di quella sua collana. Senza che servisse musica, i sigari ancora incastrati tra le bocche, con la promessa di ritrovarci a fumare ancora, insieme. L'alba è arrivata, e comunque toccando letto non ho preso sonno. Ho vegliato, senza ottenere niente dalla mia veglia, né soluzioni, né conforto. Nessuna notizia il giorno dopo, né quello dopo ancora,  e in bacheca, nessun annuncio funesto. Anche qui...non so. Come si chiedono notizie di una morte, in questi casi? A chi? Dove? Diranno certe cose a una perfetta estranea?  E così ho contato i piccioni, sono rimasta a lungo nelle mie stanze. E così, mi sono ritrovata a pensare che - forse - avrei potuto dirle certe cose, che mi erano rimaste appese in gola.
Per esempio:
Non voglio, che tu muoia.
 
[Appunto scritto in inchiostro diverso, qualche giorno dopo]

E' vivo.

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"Alla gomena che lega la poppa della nave alla bitta sul molo è legata una cima di colore verde, mediante nodo impossibile da sciogliere se non recidendo la gomena stessa. 
A partire dal terzo giorno da oggi, se mai Vi trovaste a passare in quel punto, appurate se quella cima verde è ancora legata alla gomena. 
Se non la trovate, significa che sarò morto e mi sarà impedito di scioglierla dalla gomena come solo io sono in grado di fare. 
Se non trovate l'intera nave assieme alla cima che la tiene ferma, significa che sono morto. 
Se trovate qualcosa di diverso alla gomena che non sia una cima verde, significa... "

"Che siete morto? Siete avvezzo a morire frequentemente, o sbaglio?"


La morte continua a bussare alla mia porta. Ticchetta leggera, come May ticchetta sulla mia mano mentre le porgo il suo becchime. Come un'ombra, una minaccia di velo, una nube scura che rimane ferma sull'orizzonte e si affaccia rigonfia di grigi sul mare ancora quieto e brillante di sole. Doveva essere una chiacchierata su credi e culture, e si è trasformata in un incarico, una missione con termini marinareschi di cui ignoravo bellamente il significato (e che tutt'ora temo di dimenticare presto, se non li appunto da qualche parte) e che a me non costa nulla in termini di fatica, di sicurezza o di impegno. Ancora, di nuovo, mi chiedo. Come si vive, sapendo che la morte è a un passo, che è nostra vicina di casa, e non persona estranea? Forse lo si fa con angoscia, con timore, con paura?
O forse c'è chi preferisce consacrare ogni istante, ogni attimo, ogni momento?
E non è forse, questo, un grave errore? Non dovremmo forse tenere a mente che non è una minaccia a rendere la Morte più presente, ma che è sempre li, e solo lei può decidere quando sfiorarci la spalla.

Non attende inviti, non incatena i suoi programmi con i tuoi.
E per questo, o meglio anche per questo, la vita va celebrata come un Dono.
Prezioso quanto precario. Fragile come vetro, meraviglioso come arcobaleno.
Unico.

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"In realtà non temo molto la morte.
E` qualcosa che io stesso ho provato sulla mia pelle (non che abbia dei veri e propri ricordi in merito in realtà).
Ciò che temo è la sofferenza che la precede.
Ciò che temo...è che lei possa provare pene atroci."


Lui  in questo momento è accanto ad una persona cara, che sta per morire, ed io sono in giro per conto mio. I nostri progetti per il CarneKud sono sfumati e, ovvio, non ne sono felice ed allo stesso non posso fare a meno di comprenderlo, e di appoggiarne la decisione
Conosco Lupo Bianco da poco, e non me la sono comunque sentita di lasciare che passasse da solo la sera prima della missione, vittima di un magone che mi ha stretto per diversi giorni lo stomaco.
Se prendo questo mio magone, lo moltiplico per tutti gli anni dai quali Brendon conosce Syili, li sommo alle cose che hanno condiviso insieme, e ci aggiungo la bellezza della sua anima che non rimane mai indifferente a simili faccende...ottengo l'esatta misura di quanto sia preoccupato  e stia male lui. 
Così ho rivisto la scala delle mie priorità, accordandola alle sue. 
I balli in maschera vengono dopo.
Io, vengo dopo.
E sebbene morissi dalla voglia di stare con lui, di vederlo, di confidargli parte delle mie preoccupazioni perché lui mi avrebbe consolato e compreso, non me la sono sentita di mettere sulle sue spalle altri pesi, di raccontargli del mio turbamento, di distrarlo con i miei desideri, le mie parole, i miei interessi. E quindi, ho posato la maschera che avevo comprato nel Baule, assieme al costume. Non salperemo per Kud, e resteremo qui. Lui accanto a lei, ed io...abbastanza vicina, nel caso avesse bisogno di me. Sufficientemente lontana da non creare disturbo, in un momento così delicato, da non essere di troppo. Ho assaggiato la mia prima cucchiaiata amara, di questa zuppa chiamata libertà d'amare.
E' tutto splendido quando sei tu il centro del suo interesse. 
Lo è un po' meno quando, anche solo per forza maggiore, devi cedere il passo alle altre.
Allora, di prepotenza, ripenso al discorso sull'isola, al naufragio. A noi due soli, circondati solo dall'acqua, senza altre persone intorno, senz'altro da fare che non mangiarsi, respirarsi.

E la domanda è sempre la stessa:

"Come saremmo, noi due, da soli su un'isola deserta?"

E la risposta è sempre uguale 

"Pazzamente felici all'inizio, infelicemente pazzi in seguito"


E lo so che lo sai anche tu, perché sai tutto di me.
E ti amo anche per questo, per questo tuo saperci, per questo tuo vederci in un modo che io metto a fuoco con fatica. Perché non riesco a provare nient'altro, quando penso a te, se non pensieri di luce.
Siamo fatti di inquietudini diverse, ma la sostanza è la stessa.
Siamo Shingara.

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"Ora, ferma"
"Sono chiamato Rosencranz. Io esisto solo in base alla percezione delle altre persone, Elianthe. Non mi pongo la domanda di cosa sono, per me stesso, perché non considero interessante né funzionale alla mia esistenza la risposta. Io esisto come riflesso, come specchio. Non posso dire che sono niente, perché questo paradosso ancora non mi è concesso. Ma non sono un qualcosa che si interroga su sé stesso"
"Ora dovete andarvene, Elianthe. Sarebbe scortese da parte mia dirvi di rimanere, quando devo nutrirmi"


E poi, in una notte serena, la paura ha bussato alle porte dei miei pensieri, con guanti di velluto e voce di seta.
Ci sono orrori manifesti, e orrori nascosti. 
Lui è un orrore nascosto, celato in un involucro di apparente delicatezza e privo di colore, sprazzi di viola incastonati in carnagione di gesso, boccoli scuri e tratti che non si incasellano in unico genere.
Parlarci è stato come rimanere dietro un portone chiuso, con la sensazione che dall'altra parte qualcuno ci spii in silenzio, dallo spioncino. Ne avvertiamo addosso lo sguardo indagatore, predatore, e percepiamo il fluire del respiro senza vederlo. Non sappiamo che forma abbia, né cosa voglia da noi, ma riusciamo comunque a sentirci a disagio, braccati e impotenti.
Perché lui non resta nell'ombra, è lui stesso ombra.
Era gelida quella mano, tra i miei capelli. Non era semplicemente fredda, era...totalmente, completamente diversa, da qualsiasi mano abbia mai visto o sfiorato o avvertito. Era l'essenza stessa dell'inerzia, del distacco, e traboccava comunque di qualcosa di sottile e morboso che non riesco a spiegare, a focalizzare.
Lui è stato silenzio, intriso di parole orribili, e pur non facendo niente mi ha mostrato ogni cosa.
Ed anche adesso che sono sul carro, lontana e al caldo, non riesco a smettere di tremare.
E anche adesso, che non dovrei, la mia testa continua a pensarci e a intrecciare domande, con la stessa facilità con cui io intreccio i miei capelli.

Cosa sei? Perché sei?
Che senso hai?
Cos'hai visto? Cos'hai sentito? Come vedi? Come senti?
Senti, qualcosa?
Sei vivo? Sei morto?
Si può chiamare vita, la tua?
Si può chiamare morte, questa?

E via di seguito. E anche stanotte, lo so, non dormirò.

Quanto mi piacerebbe, a volte, essere stupida.
Quanto sarebbe comodo, invece, essere davvero furba.


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