Non darmi del Voi, quando siamo io e te

 



“Ora ho bisogno di te. Parleremo dopo”


Si, abbiamo parlato. Dopo. Prima c’è stato un saccheggiarsi disperato, un trovarsi estatico, un ritrovarsi urgente. Ancora prima, per amor di cronaca, c’è stato un attimo in cui eravamo entrambi sospesi, in bilico sull’orlo di un precipizio, dal quale ci separava solo un velo sottile. Il mio, velo sottile. Che lui ha sollevato, con delicatezza, entrando nel campo visivo dei miei occhi con quel viso – ora privo delle sfumature biancastre dell’organza – sempre così serio e assorto. E ancora prima, le sue labbra sulle mie nocche, le sue dita a sfiorare il dorso delle mie mani e i suoi occhi, di ghiaccio e brina, a guardare i miei da basso. Dal prima al dopo, in effetti, è stato solo un salto. Un bruciare istantaneo come la scintilla di un fuoco artificiale, il bagliore di un lampo durante la tempesta, l’aprirsi di un frutto esageratamente maturo. Il dopo, ecco, eravamo noi due incastrati tra corpi e parole, a rincorrere ossigeno, a consumarci gli occhi.

Va bene, non solo gli occhi.

Ma il dopo con lui è sempre questo sconfinare, prevaricare, quest’invasione di territori. E’ una guerra, un assedio, una sommossa rivoluzionaria; in sottofondo c’è il clangore delle armi, ci sono i gridi di battaglia, e le suppliche alle divinità della guerra tutte, e il ringhiare, e lo scontrarsi folle e crudo, aspro e forte. E c’è la quiete, dopo la tempesta. L’oziare pigro tra le onde, dopo una nuotata faticosa, il corpo reso molle e leggero, col rumore della risacca nel cervello, la salsedine a incrostarsi nei polmoni, e quel vago senso di abbandono, un arioso fluttuare tra confortanti acque calde scintillanti di bruma, privi di ancora e alla deriva, come barchette senza marinaio, in un mare deliziosamente quieto e sotto un cielo terribilmente azzurro. Azzurro come i suoi occhi, incastonati nel profilo delle mie vertebre, fissi a percorrere la curva dei miei fianchi, assorti sulla fossetta poco sopra le mie labbra, immersi nei miei di prepotenza. E tutte le parole si scoloriscono, in quel color ghiaccio, in quel punto di colore slavato. I discorsi evaporano, filtrano via dai miei pensieri e resta solo quell’impronta di celeste, e il calore morbido e pungente della bocca, e un odore che non si lava via, che si infila sottopelle e che risento anche quando siamo di nuovo lontani.

Si, abbiamo parlato. E ci siamo detti cose inedite e inutili. E poi abbiamo smesso di parlare, per fare qualcosa di meglio. Mi sono svegliata di nuovo sola, in questo letto che non è il mio, tra i rumori molesti degli avventori che risalgono dal piano di sotto di questa taverna. Probabilmente passeranno altre settimane, prima di rivederlo nuovamente. Ma, in fondo, va bene cosi. In fondo ci sono cose che è bene consumare a piccoli sorsi, e che tra un sorso e l’altro devono decantare.

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“Stai bene?”
“Ora si”


“Io ti vedo, Lupo Bianco”
“Ed io vedo te. Ma cosa vedi, di questo Lupo, Elianthe?”
“Vedo la sua stanchezza. E il suo dolore. E la sua rabbia. Sebbene li nasconda sotto spessi silenzi, e armature di cuoio e ringhi e musi duri. E ne vedo la confusione, e la tristezza. Vedo la ferocia, e la determinazione. L’ambizione, e il desiderio. La forza, il coraggio...Pesante è la testa di chi porta la corona, e dolente è il polso di chi impugna la spada. Vedo le sue spalle curve e il peso di un mare di scelte fermo li tra le vertebre della sua nuca .E vedo l’orgoglio, e la forza, e lo sprezzo del pericolo. E il desiderio di vita, nonostante i suoi sforzi per ripudiarla. E il desiderio, nonostante i suoi sforzi per tenerlo lontano...E vedo me nei tuoi occhi, e nei tuoi sospiri. E tu? Dovevi vedermi, ora sono qui. Cosa vedi?”
“Non lo so. Non lo so più cosa dovevo vedere”


Cosa so io?
Che è rimasto, stanotte. Accanto a me, intorno a me, addosso a me, sotto di me.

Assopita, nel calore delle sue braccia, mi è tornato alla mente il brandello di un discorso, lieve come un cristallo di neve sulla punta della lingua, fatto tanto tempo fa con Veleno. Mi ha sfiorato le tempie, questo ricordo, poco prima di perdere del tutto il contatto con la realtà e, finalmente, addormentarmi.

Quando penso all’amore, io ho solo un’immagine nella mia testa”
Che immagine?”
Lei che dorme abbracciata a me, dopo la prima notte che siamo stati insieme. Inerme. Serena. Completamente abbandonata a me. E io che sono riuscito a dormire senza sognare, abbandonandomi a mia volta”






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La bambina vestita di verde tremava appena, e si nascondeva le mani contro la schiena di una piccola, curiosa, Elianthe vestita di rosso e di 8 anni appena, imponente quanto un panda rosso, più bassa dell’altra bambina che si riparava dietro di lei ma sicuramente più ardita. La carovana era arrivata durante la notte, sistemandosi nell’oasi poco lontano dalle loro tende, e il loro capo tribù era stato accolto con rispetto, acqua fresca, datteri e spezie da suo padre. Sarebbero ripartiti l’indomani, proseguendo verso ovest, mentre loro avrebbero puntato a sud tra una settimana al massimo. Tra le donne del campo si era sparsa subito la voce che viaggiasse con loro una Strega, di mirabile talento, vecchia quanto il mondo e priva di occhi. La loro unica occasione, per vederla, era quella che si presentava loro davanti in quel momento. Illuminata dalla luce rossastra del sole morente, la sagoma delle bambine vicine, unite quasi a formare un sol corpo, si era avvicinata al profilo cupo di una tenda un po’ defilata, rispetto alla carovana straniera, dal quale si sollevava un misterioso e bellissimo fumo azzurrino.

Ho cambiato idea…”
Non essere sciocca, Khadija, non vuoi sapere cosa ci capiterà in futuro?”
No! Andiamo via, ho paura”
Resta qui allora. Io torno subito”
Elianthe! Non andare”

Ma lei non aveva perso tempo, e si era intrufolata nella tenda, puntando occhi grandi, curiosi e nocciola sull’interno fumoso e silenzioso. E tra nebbie azzurrine e luci rarefatte, in un' intricata cornice fatta di mazzetti di erbe, strani aggeggi, polvere e pergamene, era apparsa la sagoma di una vecchina. Aveva la pelle solcata da innumerevoli rughe, come se qualcuno si fosse preso la briga di intagliarle un fitto ricamo di sfregi sulla carnagione cotta dal sole. Quel qualcuno, però, era semplicemente il tempo. Era seduta a terra, su morbidi cuscini colorati, e posava uno sguardo glauco e assente di fronte a sé. Elianthe rimase immobile, schiudendo le labbra di fronte a quella creatura avvolta di tessuti neri, ciocche di capelli di un grigio quasi giallognolo a spuntare da sotto il velo, e mani incredibilmente ossute poggiare sulle proprie scheletriche ginocchia

Vieni avanti, bambina”

Ed ecco, si poteva pensare che una creatura così vetusta, un corpo così antico, possedesse anche una voce incartapecorita e gracchiante. E invece le corde vocali erano liete e dolci, e fresco e delicato era il tono della voce. La voce melodiosa di un allodola, nel corpo di uno spennacchiato Barbagianni. E lei aveva avanzato, i piedini nudi si erano mossi senza timore verso quella nonnina, in un tintinnare lievi di sonaglini alle caviglie. Si succhiava il pollice della destra Elianthe, e sebbene fosse abbastanza certa che la Strega fosse cieca, la ritrovò a ridere mostrando una bocca cava e buia del tutto priva di denti, di quel gesto infantile di cui non riusciva del tutto a liberarsi.

Leva il pollice dalla bocca, e porgimi il palmo della mano destra”

Le aveva chiesto, in un tono che non sapeva di ordine, né di offerta, e che era un miscuglio di entrambe le cose. E lei, parimenti, aveva ubbidito e aveva concesso, mostrando il palmo della mano cicciotta, impreziosito da alcune escoriazioni fresche di giornata, con unghie rosicchiate e tracce di terra e giochi tra le nocche. La Strega l’aveva stretta tra le sue, toccandole con l’unghia – lunga, vecchia e giallastra – del pollice il centro della mano. E il sorriso si era spento, nella fessura che un tempo erano state le labbra, e lo sguardo era sembrato dilatarsi. Era rimasta a lungo il silenzio, continuando a girare sul palmo con quel pollice, lasciando poi scivolare via un sospiro, scuotendo piano la testa.

Oh, bambina. Il deserto che ti ha cresciuta, e che ti ha vista nascere, vomiterà il sangue e le grida delle colonne su cui poggia la tua intera esistenza. Ti aspetta tanto, tanto dolore. Ci saranno momenti in cui il dolore sarà cosi intenso che ti chiederai persino che senso ha vivere. Momenti in cui ti sentirai così provata, che ti sembrerà di non andare avanti, e neppure indietro, ma di restare sempre ferma, come resta fermo il cammello imprigionato tra le sabbie mobili”

Elianthe aveva schiuso le labbra, sgranando gli occhi, atterrita. La Strega aveva continuato.

Dovrai essere forte, come lo è la canna. Che si flette sotto il vento più impetuoso, senza spezzarsi. E leggera, come l’airone che solca i cieli, e non si lascia manipolare da correnti d’aria e refoli, si libra possente sul mondo. E dovrai guardare il mondo con gli stessi occhi, da bambina, con i quali adesso guardi me”

L’aveva ammonita, stiracchiando la bocca in quello che poteva essere l’impronta di un sorriso. Elianthe aveva riabbassato gli occhi sul palmo della propria mano, incerta. Lei non ci vedeva proprio nulla di strano, lì sopra. Solo un’unghia, anche brutta, che puntava al centro del proprio arto. E tuttavia, non aveva motivo di dubitare che ciò che lei non era in grado, di vedere, non fosse effettivamente scritto lì, tra le linee della propria mano.

...E sarò mai felice, Maestra?”

Aveva chiesto, riportando lo sguardo su di lei, più assorto. E la strega, dopo un attimo di profondo silenzio, aveva annuito

La tua felicità si siederà accanto a te, tra il gelo. Il gelo più pungente che tu abbia mai provato nella tua intera esistenza, sotto un cielo dove ogni stella piangerà serpenti brillanti, verdi e azzurri. Solleverai gli occhi verso quel cielo, e capirai di essere a casa, anche se lontanissima dalla tua famiglia, da ogni cosa a te conosciuta”

Quando, dopo diversi minuti, era uscita dalla tenda un’ansiosa Khadija l’attendeva, per chiederle come fosse andata, cosa le avesse detto, la Strega

Oh, un mucchio di cose senza senso. Non era una Strega, era solo una matta”

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Sto congelando. E’ sempre così freddo, qui?”
Questo non è freddo. L’inverno è già passato”
Ah. Bene”

Si era steso accanto a lei sul terreno, costruendo per Elianthe un nido di pellicce e braccia, dove si era rifugiata.

Voglio farti vedere una cosa che non hai mai visto. Dopo, se vuoi, rientriamo”

E in silenzio, avevano aspettato. Finché lontano, nell’orizzonte, strane luci non erano apparse nel cielo. La consistenza era quella delle nuvole, ma la forma più sinuosa, e il colore decisamente più brillante. Si spandevano lungo il cielo disseminato di stelle, spaziando tra colori siderali e freddi, e ricreando a tratti la forma di…

...Serpenti” aveva mormorato, atterrita, lei.
Non proprio” aveva risposto, senza capire, lui.

E lei lo aveva stretto più forte, chiudendosi in un silenzio solenne, assordante.
E lui aveva pensato fosse per il freddo, e si era fatto ancora più vicino.
Lontanissima, dalla tribù che le faceva da famiglia, incastonata in quelle braccia, sotto quel cielo di una magnificenza ultraterrena, un dipinto vivo e in movimento, il ricordo delle parole della pazza era tornato ad affacciarsi di prepotenza tra i propri pensieri.

E per la prima volta, dopo tantissimo tempo, lei si era sentita di nuovo a casa.


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“Sicuramente avremo bisogno di tempo, per me e per te, da soli. Per capire, per comprendere se si è trattato di un fuoco di paglia o di qualcos'altro...ma sappi che qualunque cosa accadrà, sei al centro dei miei desideri”


Già. Abbiamo bisogno di tempo. 

Dieci giorni, sono passati.

Senza una lettera. E uno sguardo. E un bacio. Dieci giorni di silenzio assordante. Che splendida, splendida idea. Veramente luminosa, veramente perfetta. Sarò anche al centro dei suoi desideri, ma è un desiderio piuttosto...silenzioso. Cosa ci sarà poi, da capire. Io ho già capito tutto. Parlano tanto delle femmine, e invece…

E invece, ora gli scrivo io.

No, non gli scrivo. Non risponderebbe.

...Però. Magari, potrei fare qualcosa. Qualcosa per cui non è necessario che lui risponda. Per esempio, potrei raccontargli una fiaba.


C’era una volta un Lupo.
Aveva il ferro nelle ossa, artigli affilati e zanne taglienti, e la pelle nascosta nel fitto della folta pelliccia era intessuta di cicatrici, con radici profonde fino all’anima.
Aveva l’acqua negli occhi, sprazzi di cieli assolati, e la freddezza dei venti che scivolano tra i blocchi di ghiaccio, e la schiettezza pungente di certe albe in alta quota, dove esiste solo il silenzio, e l’eco dei tuoi passi scricchiolanti sulla neve.
E quel silenzio se lo portava dentro, nascosto tra la cotta di cuoio e la pelle, infilato nel fodero delle sue spade, nascosto tra i fili della barba pungente. Stava li, poggiato sulle sue labbra, inanellato alle sue dita ruvide, mimetizzato tra le pieghe del suo odore, dava il tempo ai battiti racchiusi nel petto.
Ma quando parlava – perché si, ogni tanto, il Lupo parlava – ogni parola era forte, vera e disarmante. Le sillabe diventavano mostri, e meraviglie, vibravano come corde di violino, scivolavano addosso come seta. Ogni sua parola era seme, spaccava la roccia, si infilava dentro di prepotenza, germogliava, cresceva, fioriva, fruttificava. Ogni sua parola era forte come tuono, a tratti vischiosa come fango, e poi lieve come brina, calda come sabbia del deserto, vivida come arcobaleno. Lui parlava, e invertiva il senso del mondo, e i pensieri di chi lo ascoltava.
Poi taceva. E ogni frase sedimentava.

C’era una volta una tigre…

[...]

[Quello che lei troverà sul letto della casa nel bosco è una delle camicie del Lupo e tra le pieghe, un biglietto]

Mi hai fatto girare parecchio, piccola Rabari.
Ma era una storia che valeva la pena leggere.
Impazzisco all’
idea che pur girando in questa casa, non riesca ad afferrarti.

Sai che non amo scrivere, perché quello che avrò da dirti sarà sulle mie labbra, sui miei artigli e nei miei occhi che ti cercano.


E se i suoi occhi mi cercano, allora io mi faccio trovare.






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