Erendis
"Armatura e Scudo, mh?"
"Ebbene si. La Regina ci vuole sempre pronte, quando presenziamo agli eventi. Non si sa mai. Personalmente, avrei allungato un po’ la gonna ma tant’è…"
"Ebbene si. La Regina ci vuole sempre pronte, quando presenziamo agli eventi. Non si sa mai. Personalmente, avrei allungato un po’ la gonna ma tant’è…"
"...temo di dovervi dare una brutta notizia. Non è esattamente una gonna,
quella"
"Oh, non lo
è?. Va bene allora
chiamiamola “parte inferiore dell’armatura”. Vi suona meglio?"
"Amazzone, così
però non mi fate svolgere bene il mio lavoro. Devo pensare che state
cercando di distrarmi?...Gambali, anche
se nel vostro caso si tratta di cosciali"
Erendis si avvicina e Vi sussurra: " Non vado da nessuna parte, a meno che il lavoro non me lo richieda. Ancor meno, senza di te. "
Vi avvicinate a Erendis sussurrando: "Vai dove ti pare, e ammazza chi ti pare, per lavoro e per diletto.
Basta che dopo torni da me, tutto intero. Ho perso già in passato un
pezzo di cuore. Mi è rimasta solo questa metà, dove ci stai tu..
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C'è un momento.
E' come una linea sottile, che taglia in due il tempo, lo accorcia e lo acconcia, come una sforbiciata data al canovaccio delle nostre esistenze, che increspa il normale scorrere delle cose e che ci fa precipitare l'uno verso l'altra. Ci cadiamo addosso, ci afferriamo, abbranchiamo. Rimaniamo stretti, quasi a confondere i contorni dei rispettivi corpi, in una frenesia bruciante che consuma ossigeno e normale ragione e che è incurante della gravità, del buon senso e della ragione.
E' come un guizzo, una scintilla, una risata improvvisa che illumina il silenzio della notte.
E' il lampo che preannuncia la tempesta, ed è la tempesta stessa.
Ci piove addosso, gocce fredde su pelle calda, mentre restiamo diluiti nella sabbia e concentrati in due metri per due metri di spazio vitale, e la risacca del mare davanti a noi si confonde con il boato del tuono sopra di noi. Affogo di prepotenza ogni mio nascente turbamento sull'imminenza della guerra e sulla possibilità di perderti sulle tue labbra sporche di sale e di sorrisi, stringendo dita graffiate dalla rena, che graffiano pelle. Tra gli intarsi delle tue spalle, coi ricami delle mie mani, scribacchio addosso ad entrambi parole nuove che sostituiscano le solite due: paura e incertezza.
Basta. Io non voglio più aver paura.
"Questo. E' questo il mio posto"
"Si, lo è".
C'è un momento.
Ed è come lampo, come folgore, un terremoto compresso in un bisbiglio.
Smetto di pensare - e lo sai, io di solito non smetto mai di pensare - e ti respiro, e ti vedo. Si fa veloce il fluire del sangue nelle mie vene, mentre si fa lento lo scorrere del mondo si ferma e rallenta. Tra le gocce d'acqua appese alle tue ciglia, mentre appendo suppliche alle tue labbra, e resto imbrigliata nella follia di certi tuoi sguardi. Restiamo dispersi tra il ringhiare e la schiuma della marea, nei salmastri dei nostri corpi, nel brecciolino sulla riva e nei sospiri, nel blu dei tuoi occhi e tra i miei denti.
C'è quel momento, tra noi due. C'è sempre stato, da un certo punto in poi.
Ed è terribile, ed è meraviglioso.
E' il momento in cui lo realizzo, e tu lo realizzi.
Che io ti appartengo, ma veramente.
E tu mi appartieni. Si, veramente.
E adesso?
Adesso è già da un po'. Io ti amo, già da un po'.
Quindi ora raccogli le tue vecchie ossa, e le lasci qui accanto alle mie.
E vediamo che succede, a seppellirci in questo nuovo inizio.
L'alba viene a bussare alla finestra, ci trova ancora svegli.
Non è tempo, di dormire.
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Hanno portato una nuova moglie, oggi, e dividiamo la stanza insieme. Non è giovane quanto lo ero io qualche anno fa, ma è ugualmente spaventata. Ed è molto graziosa, ovviamente, e altrettanto ovviamente nessuno le ha chiesto cosa lei volesse, si è ritrovata qui come ci siamo ritrovate qui un po' tutte. Non è stata comprata, però. E' un baratto, un accordo tra famiglie, merce di scambio per affari fiorenti, pedina di interessi più grandi dei suoi desideri, voglie ed esigenze. Ho aiutato anche io a prepararla, e ho dovuto ritoccare tre volte il mehendi sulle sue mani da quanto tremava. Appartiene ad una tribù che conosco, ricordo di averli incrociati durante un nostro spostamento. Non ricordo di lei, ma riconosco i colori del suo popolo. Ha occhi a mandorla, e carnagione olivastra, e i capelli talmente neri che sembrano vicini al blu. Mareja continua a tremare, zia Panuth la sgrida dicendo che sciuperà il rituale. Mi metto accanto a lei, e le parlo a voce bassa. Le spiego che qui siamo tutte sorelle, e le più anziane tra noi le chiamiamo zie. Le dico passo passo cosa stiamo facendo, che senso hanno certi passaggi, cosa succederà durante la cerimonia nuziale. La invito ad essere quieta, perché zia Panuth è poco paziente, e inizierà ad usare il bastone su di lei già dopo la prima notte di nozze. Restiamo solo per alcuni momenti, ed i suoi occhi neri e disperati si incuneano nei miei, cercando un conforto che non posso darle.
"Fara male?"
No. Si. Non è tanto il momento, in sé. Quello dura anche poco. E' il dopo, ad essere terribile, forse anche peggio del durante. E' convivere con questo complessivo schifo, con l'idea annichilente di esistere solo in funzione del soddisfacimento delle voglie di qualcuno che ti fa pure ribrezzo. E' il sentirsi imprigionati, relegati, confinati. In un harem o sotto un corpo, non cambia. E' quello, a fare male, la totale mancanza di libero arbitrio, l'impossibilità di esprimere ciò che si sente realmente. Quando mi si chiede di danzare, ed io vorrei solo vomitare. Quando mi si chiede di sorridere, ed io vorrei solo urlare fino a far sanguinare i polmoni. E' questo, a fare realmente male, non l'atto sessuale in sé. Eppure c'è talmente tanto nero, nei suoi, una paura così consistente, densa come il fumo dell'incenso che risale dai bracieri tutto intorno. Come posso dirle, tutto questo? Con quale cuore aggiungerei dolore, ad un già cosi profondo dolore. Allora le faccio una carezza, le rivolgo un sorriso.
"Non tanto male. Passerà subito"
La rassicuro, mento. Poi resto lì a guardare, mentre altre mani le sistemano il velo, mentre altre ancora le drappeggiano il dupatta, la rendono una sposa, con la chioma incensata e adorna di perle. Sono ancora lì accanto a lei quando le mettono il Nath, così simile a quello che io porto alla narice sinistra, e tengo sul suo capo con le altre donne un tessuto rosso riccamente ricamato. Ci sono anche io, a battere le mani, a pregare, a lanciare riso, a danzare in omaggio agli sposo. E abbasso gli occhi, quando nervosa lei mi guarda e sorride, poco prima di essere condotta nella camera nuziale. Perdonami Mareja, se ti ho mentito.
Sono sveglia, all'alba, quando viene ricondotta nelle sue stanze. Lo sguardo è già cambiato, come quello di quasi tutte è diventato più assente. Rotto. Una bambola che sfugge di mano, batte a terra, si incrina il capo di fine porcellana. Mi occupo io di aiutarla a spogliarsi, lei non è in grado di farlo. Fissa il vuoto come se cercasse un senso, a tutto questo, come se in quel punto imprecisato del vuoto ci fosse la chiave per capire come sia potuto accadere, cosa sia realmente accaduta alla sua esistenza. Le lavo via dal corpo i segni che conosco bene, distribuisco carezze sui lividi, tolgo via sangue e seme. Invece di tornare nel mio letto, mi sdraio accanto a lei, l'abbraccio e la cullo. Mareja piange sul mio petto, mentre io fisso il soffitto, sento i singhiozzi rintoccare nella mia cassa toracica, rimbombare nel vuoto che mi porto dentro. Le accarezzo i capelli, mentre fuori il vento del deserto fischia forte, facendo suonare i campanellini appesi alle finestre. Ripenso alla mia prima notte, a chi ha consolato me. E' un ciclo infinito di dolore e ribrezzo, di infelicità e tristezza, un declinarsi al femminile di frustrazione e ingiustizia.
Il sesso non fa tanto male, bambina. Vedrai che poi ti ci abitui.
Il peggio è il resto. A quello, gente come me, non ci si abitua mai.
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"Che schifo..."
Elianthe fissa con un certo sgomento la creaturina che hanno messo tra le braccia di sua madre e che sgambetta addosso al petto della nomade, urlando a squarciagola in un tripudio di terrore, sangue e rimasugli di liquido amniotico. Ha insistito per stare li accanto alla madre, e la faccenda del parto non pare averla convinta, e non le piace neppure il frutto di tutto il dolore che ha sentito addosso alla madre. Gli occhi si alternano tra quello strano frugoletto rugoso, che assomiglia più ad una scimmia che ad un essere umano, ed il volto di Arathi. Lui sembra un piccolo mostro, lei è semplicemente raggiante nonostante la stanchezza. Il pianto si placa solo quando le labbra del bambino trovano il seno materno, lasciando la tenda in un silenzio sommesso, interrotto dal parlottare delle altre donne, affaccendate intorno alla puerpera. La tenda si apre per lasciare entrare la figura imponente di Jamal. Elianthe studia con attenzione anche lui, ora. Non era lì durante il parto, non sta bene che un uomo si impicci tra cose che sono riservate alle donne, e dalle donne gestite. Ma adesso è diverso. Adesso è un padre, ed è normale che stia vicino alla quinta delle sue cinque mogli. Si sistema accanto a lei, baciandole la tempia, fissando estasiato quel maschietto al quale porge un dito enorme, perché vi stringa attorno la manina. C'è un orgoglio smaccato, negli occhi scuri di Jamal, e una gioia completamente diversa eppure identica a quella che appare sul viso della moglie. Per un po' si isolano in un universo tutto loro, fatto di loro tre solamente. Lui, lei, il bambino. E' Arathi a cercarla poi con lo sguardo, e ad allungare verso di lei la mano sinistra, tendendo il braccio libero mentre l'altro resta culla del proprio bambino.
"Avvicinati, Elianthe. Vieni a conoscere tuo fratello"
Dubbiosa, la bambina resta ferma dove si trova. Rivolge un'occhiata pensierosa al nuovo arrivato. Poi risolleva gli occhi sulla madre e, infine, sul padre. Non dice niente, non fa niente, la faccia ancora piuttosto schifata, e lo sguardo perplesso. Finché di scatto non si volta, e corre via sparendo oltre l'ingresso della tenda e svanendo in un tripudio di drappi colorati, di monili tintinnanti, di capelli scuri e di nappine colorate, sollevando dietro polvere e risate. Ci sono alcune cose per le quali Elianthe ha un vero e proprio talento: sparire è una di queste. Si mimetizza perfettamente, riesce a stare immobile per ore, e ama rintanarsi in spazi angusti e ristretti. In particolare, quando si ficca in testa che nessuno debba trovarla è davvero, davvero difficile, per i membri della carovana, riuscire a stanarla. Ma Jamal conosce i suoi polli. O meglio, conosce sua figlia. Ha preso un cavallo che la supera di parecchio in altezza, impavida quando si tratta di ronzini, e si è avventurata nei pressi dei monti lì dove il deserto lascia il posto ad una radura più fertile. Tiene i piedi ammollo in un fiumiciattolo poco ricco, mentre il cavallo bruca poco lontano. Si avvicina e le si siede accanto, senza dirle nulla, né rimprovero né parola, placidamente. Così come lei, altrettanto placidamente, nel sentirlo arrivare non l'ha scacciato. Si è limitata a inclinare lateralmente il corpo, in modo che la testolina bruna finisca contro la spalla del padre quando lui si è seduto, alla ricerca di contatto fisico. E Jamal ha sorriso, tenendo lo sguardo fisso sul tramonto di fronte a loro, scostando il braccio per tirarsela più vicino, in un abbraccio che la stringe al proprio fianco.
"Cos'è che non ti piace di tuo fratello, scintilla?" chiede, poco dopo.
"Ha fatto soffrire la mamma. Ed è brutto" replica, asciutta. Tace un po', come se vi sia qualcosa di non detto, tra loro due.
"...E poi è maschio. Io non sarò più la tua preferita. Adesso sarà lui la luce dei tuoi occhi"
Jamal per un po' non risponde. La mano le carezza piano la testa, in un gesto lento e rilassato.
"Vedi, bambina. Non è così che funziona. Un padre non ama meno un figlio, perché ne arriva un altro. E lo stesso vale per una madre. I nostri cuori sono sconfinati, come i cieli. E i figli sono come le stelle delle costellazioni che ti mostro la notte. Non tutte sono uguali. Alcune brillano più intensamente, altre di meno. Alcune sono bianche, altre tendono al giallo. Ce ne sono di perfettamente tonde e altre che paiono più aguzze. Eppure, tutte insieme, tracciano una Costellazione. Ed è quello che facciamo noi. Tutti insieme, tracciamo i contorni di una famiglia" la voce resta bassa e calma, sicura, mentre prosegue.
"E' vero, il parto è doloroso. Ma il dolore è solo un lato, della medaglia. Delle volte bisogna passarci attraverso, per essere felici. Adesso sei ancora piccola, per capire. Ma un giorno anche tu oltre ad essere vita, darai vita. E niente ti sembrerà più meraviglioso di quel dolore, e di ciò che quel dolore ti ha portato in dono. Riguardo all'aspetto..." ride ora, smorzando la serietà del tono "...ti prometto che col tempo migliorerà. Credimi."
Lei non pare troppo convinta, solleva gli occhi alla ricerca del viso del padre, finendo col trovarne lo sguardo, abbassato su di lei. Restano a guardarsi, con sospetto lei, con tenerezza lui. La stringe più forte, accoccolandosela sulle ginocchia, sollevandola per mettersela in braccio
"Ah, la mia scintilla" le mormora, mentre una risata grossa gli scuote appena il petto, contro il quale lei si accoccola, socchiudendo gli occhi.
"Nessuno, nessuno ti priverà mai del posto che ti ho dato nel mio cuore. Sarai sempre la luce dei miei occhi. Lo sei stata dal primo giorno, lo sei anche da femmina. E fidati, se ti dico che tuo fratello diverrà la luce dei tuoi, di occhi. Crescerete insieme, e lo amerai più delle tue altre sorelle, e dei tuoi altri fratelli. Perché sarai tu quella grande ora, toccherà a te proteggerlo. Ti senti pronta, Elianthe? E' un ruolo di grande responsabilità. Dovrai insegnargli tutto ciò che sai, sul mondo e sui suoi misteri. Credi di farcela?"
La bambina pare pensarci, scosta un po' il viso dal petto del padre. Gli afferra la barba, sorride
"Si. Si, credo di poterlo farle. Solo se prometti che diventerà meno brutto, però..."
Jamal ride. La stringe forte al petto, risollevandosi da terra, riavvicinandosi senza fretta ai cavalli.
"Torniamo indietro ora. Tua madre sarà in pensiero"
"Va bene. Come si chiama, il bambino?"
"A te che nome piacerebbe dargli?"
"Rohit!"
"Mh. Primo raggio di sole, eh? Molto bene. E per te sarà Rohit allora. Rohit, figlio di Jamal e fratello di Elianthe"
Nonostante questo, lei continuò a sentirlo vicino. Al suo fianco.
Al punto che di tanto in tanto, ancora oggi, Elianthe cerca nella propria ombra il profilo di quella del fratello.
E, se è fortunata, di tanto in tanto le vede giocare insieme, ancora bambine, ancora felici.
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La nostra casa cresce.
Si accumulano cose, ricordi. Ci sono le mie erbe, in giro, e le sue armi. Ci sono i suoi ringhi, e le mie risate, tra le pareti di legno e gli oggetti che stiamo accumalando. Fuoco che scoppietta, birra fresca, tantissime pergamene, tantissimi brontolii. Il disordine che faccio io, e il rigore che ispira lui. C'è un letto perennemente sfatto, e una dispensa perennemente piena. Ci sono i nostri odori insieme, e i discorsi sommessi, i baci prima di separarci la mattina, e gli abbracci nel ritrovarci la sera. C'è serenità, e ci sono parecchi gemiti, cigolii, discorsi.
C'è calore, anche quando il fuoco si spegne, e c'è ristoro, anche se fuori batte il sole. Ci sono panni stesi, tra i fili all'esterno, e nuovi desideri appesi, tra i fili delle nostre anime.
Tipo questa faccenda dei Cuccioli.
Ogni tanto provo anche ad immaginarmeli, la notte. Quando lui dorme, ed io non ho troppo sonno, resto a guardare la piega che prende la sua bocca nel sonno, e provo a immaginarla più piccola, delicata. Un sorriso da mascalzone, addosso al faccino di un bambino. E il colore dei suoi occhi, su mia figlia. Nostra figlia. Resto a carezzargli la tempia, e faccio l'elenco delle cose di lui che mi piacciono, e che vorrei che i nostri cuccioli ereditassero. Però le cose che mi piacciono di lui sono tante, e allora mi confondo, e ricomincio da capo.
Delle volte lo guardo solo perché mi piace farlo. Perché quando dorme è meno invincibile, più vulnerabile. Perché mi sento più all'altezza, di stargli accanto, e meno in difetto. Come ho detto a Senciner, tempo fa, certe volte al pensiero di noi due insieme ho come l'impressione di essere solo una piccola oliva, che vuole riempire tutta da sola la giara.
Beh. C'è da dire che di solito...è lui, quello che mi riempie.
Ma questo è un altro discorso.
Carnalità a parte, mi riempie veramente. Di senso, di nuovi significati. Di nozioni. Adesso, per esempio, so andare a caccia.
Cioè. So andare con lui, a caccia. Lui caccia. Io gli trotterello nei pressi.
E so uccidere un cervo.
Che lui tiene fermo.
Mentre mi spiega come incidere. Cosa. Dove. E come onorare la sua vita, non sprecare il suo sacrificio.
Lui mi insegna, io imparo.
E tuo padre com'era?
Mh. Un buon padre. Troppo devoto.
Devoto alla famiglia?
Alla famiglia, al suo amore, al regno e alla sua missione.
Regno perché era molto patriottico?
No, perché lo governava.
...sei un principe, Erendis?
... Il figlio di uno Jarl, sì. Ma quel regno non mi spetta più.
Beh. Questo spiega tante cose comunque.
Quali cose?
Tipo questo mio smodato desiderio di inginocchiarmi al tuo cospetto
...
Che ne è stato del regno?
.. C'è un reggente, ma non mi sono più preoccupato. Se dovessi tornarci, mio nonno non lo gradirebbe.
Perché no?
Perché sono sangue sporco.
Sangue puro...è chi è nato da persona...della stessa razza vero? *lo fissa*
*annuisce*.. E lui non avrebbe mai voluto che la sua primogenita, finisse a mischiarsi con un mannaro.
E per i mannari va bene, invece?
*storce il naso*... Dipende, ma oramai siamo mescolati con i Glabri. Il primo mannaro era un Licantropo, e viveva tra i Glabri. Noi siamo stati generati dopo, noi Khardan. Per rimanere puri di razza, ma è una cosa che si è persa nel tempo. Ma non amiamo vivere nella civiltà, questo è rimasto... Per noi valgono le leggi di Gaia e della natura, sopra ogni cosa.
* sta zitta*
Ovviamente ci sono Khardan più tradizionalisti, ma quelli sono presenti in ogni razza. *la guarda*
*riprende a camminare*
*la ferma*
Cosa?
Tu, cosa.
Non chiedermi cose che non voglio dirti
Invece le voglio sapere.
*rotea gli occhi* Ti hanno mai detto che sei prepotente?
Molte volte, ma ho anche dei difetti.
*sorride* Va bene. Penserai che sono sangue sporco anche i nostri?
No, non potrei mai pensarlo dei nostri figli.
*lo guarda, arrossisce* ...e comunque se non ci muoviamo non troveremo davvero niente
Lo sò. Ma sappi che se ti amo, non mi interessa se tu sia Glabra o meno. Ti ho scelta.
*prende la rincorsa, spicca saltello, gli si abbarbica addosso con le gambe ai fianchi* Ripeti. *tra i baci* Dillo meglio...togli quel se. Tu mi ami...fine..
*ricambia tutti i baci* Io ti amo. *e le mette la schiena contro un albero * Ti amo da impazzire.
Ma non dovevamo fare silenzio?
E infatti, dovrai essere molto silenziosa
E...se ci vedono?
Avranno qualcosa da ricordare.
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