Di Streghe e di Lupi

Cercherò di passare, all'inchiostro con cui scrivo queste parole, almeno una minima parte delle emozioni che in questi mesi mi hanno travolto, arraffato, sconvolto. Cambiato. Perchè tanto in me è diverso, rispetto all'ultima volta che ho trovato il tempo di scrivere, e tante cose sono accadute.




Sono sopravvissuta ad Inganno. Ho terminato il suo Apprendistato, e dopo parecchie tribolazioni, ed infinite insidie, sono entrata in possesso della mia bacchetta. La trovo deliziosa. Pare un piccolo Virgulto, ed anche per questo ho deciso di darle il nome di Durga. Nei miei ricordi di bambina Durga era una Dea raffigurata su di una Tigre, maestosa e difficile da domare. Un omaggio perfetto, a Senciner ed al suo feroce e severo modo di squadrare il mondo. 
A molti, il mio percorso nella Stregoneria, potrebbe sembrare concluso. Ed invece, non è che iniziato. Sono solo all'inizio, ma so già alcune cose. 
Per esempio, so cosa sono.
Io sono una Fattucchiera. Lo sono da sempre, da prima ancora che i miei occhi scorgessero il Sole, e conoscessi la tenerezza della carezza del vento. Prima ancora che la Stilla si risvegliasse. Ho l'anima di una fiera, il mio cuore è una pietra e la mia volontà ha la tempra del metallo.
Il Laboratorio è il mio regno, e mi specchio nel riflesso buio del calderone con un misto di orgoglio, curiosità e consapevolezza. 
E c'è altro, che mi attira. In questa danza continua, alla ricerca di Equilibrio, sono le Arti Megeriche mi fanno tremare i polsi, e che desidero padroneggiare. Alice mi istruirà, a tempo debito, ed io cercherò di padroneggiare queste arti con maestria e imparzialità. Cammino nelle impronte di Senciner, cercando di starle al passo, mentre Talshar e Claud e Ejil, a turno, mi tengono la mano. 
Resto a pancia in su con Rocksy, a fissare i nidi sopra di noi, scuri sul cielo azzurro, nel veleggiare di nubi bianche e pannose. 
Ogni tanto incendio qualcosa, spesso sbaglio, distruggo, rompo. Impreco. Eppure mai mi abbandona quel brivido sottile, la curiosità fervente, e l'ambizione di migliorare. Ed è con sano entusiasmo che lucido pietre, lavo mestoli, sforno biscotti che fanno vomitare arcobaleni e mi aggiro tra la biblioteca alla ricerca di nuovi tomi, nuove storie. E nozioni.

- - -




Ci sono notti in cui capita che io mi svegli, di soprassalto, con la paura che tutto quello che ho vissuto con Erendis non sia stata che una fantasia, un sogno piacevole, sì, ma destinato a sparire all'alba. Le palpebre si spalancano al ritmo imbizzarrito del mio cuore, e la testa mi gira appena, come quando si cade nel vuoto, spingendomi a premere tra loro le labbra che sento asciutte, riarse. Mi calmo quando scorgo l'ingombrante profilo del suo corpo, accanto al mio, o quando mi rendo conto di essere incastrata nell'intreccio delle sue braccia tatuate. Quando distinguo la differenza di temperatura tra noi due, e l'aroma di cuoio e neve che quel calore gli accende addosso. Colgo il chiarore dei ciuffi bianchi, nella penombra della stanza, tra quei capelli scomposti e sulla barba che tinge di scuro la mascella, e colgo lo scintillio dei nostri anelli. Due fili d'oro intrecciati com'è d'uso al Nord, che abbracciano il mio anulare, ed il suo. Finalmente sveglia, realizzo che non ho sognato niente, e mi adagio nell'improvviso senso di gratitudine e sollievo che mi travolge. Resto quieta nel silenzio della camera, a crogiolarmi in quella sensazione, ripensando ai ricordi felici che abbiamo collezionato insieme in questi ultimi mesi, e ad ascoltare il suo respiro. E' cosi forte, a tratti, che smuove appena i capelli sulla mia fronte facendomi sorridere. E capita che si rompa, in un ringhiare sonnambulo, un borbottare sommesso, agitato. Nel sonno insegue i nemici a cui non le ha date durante il giorno, o i fantasmi del suo passato. Quelli di cui mi ha parlato, quelli di cui mi ha accennato, e quelli di cui non mi ha ancora detto niente. E' allora che mi accoccolo meglio, contro di lui, e lo riempio di carezze. Bacio i tratti della sua pelle più vicini, lascio che il mio odore lo convinca ad abbandonare gli incubi. Bisbiglio, in punta di labbra, incantesimi per conciliargli il sonno, rasserenarlo, covando nel cuore una certa tenerezza nel sentirlo cosi abbandonato, inerme e fragile. 
Certe volte si sveglia, mi punta addosso quegli occhi che sanno di mare e di neve, pieni di sonno e confusi. E poi mi bacia, ed io lo bacio, e improvvisamente il sonno non ha poi così importanza.
Certe volte, invece, continua a dormire ed io resto a fissarlo, ammirata e assorta, con ancora nello sguardo lo stupore delle prime volte, l'incredulità di chi non riesce a credere di aver ricevuto così tanto, dalla vita, e in un colpo solo. Mi sembra di non aver mai smesso di sorridere, da quella volta al fiume, quando mi chiese se ero felice. Ci sono capitati momenti tesi, momenti tristi, e momenti infelici da quando ci siamo sposati, tre mesi fa. Eppure, in ognuno di questi episodi, è stato proprio il nostro modo di amarci, e sostenerci, a tenermi a galla. La consapevolezza che persino durante un litigio non dimentica quanto io sia importante, per lui, e resti la priorità delle sue azioni. Erendis mi ha insegnato questo dell'amore. Che chi ti ama non ti ferisce di proposito, e che quando lo fa inavvertitamente è pronto a rimediare. Che è ciò che ti rinfranca, dai brutti pensieri, e non ne aggiunge altri sulla tua schiena. E che per quanto cattivo e ingiusto, possa essere il mondo la fuori, potrò sentirmi sempre protetta e al sicuro, tra le sue braccia. Sento il cuore gonfiarsi di gratitudine, per questa casa che ha costruito per noi.
Non ha mura, non ha tetto, niente orpelli, nè mobilio. E' fatta di gesti, di mezze frasi, di rassicurazioni, di consuetudini. E' piena delle mie risate, e delle sue, degli scherzi che ci facciamo e dei momenti di complicità, di intesa. Felice, mi ingarbuglio di più in quel corpo che mi ingloba, mi sotterra, mi imprigiona, cerco di nuovo l'impronta del sonno, cullata dal battito regolare del suo cuore, pigiato contro il mio orecchio.

Altre volte, però, mi succede di svegliarmi e che lui non ci sia. Ricordo comunque, che non ho sognato, e che lui esiste, ed è mio marito. Ma la fede empatica è inerte, e il letto è vuoto, nella stanza illuminata a giorno dalla Luna Piena. Allora avverto un nodo penoso alla gola, e la frustrazione mi si aggroviglia nello stomaco. La mia natura è l'unica, vera, nota dolente di questo matrimonio. Mi impedisce di condividere una parte importante, della sua vita, e ha creato non pochi problemi persino con gli altri mannari. E' in questi momenti, in cui lui non può sentirmi, che consento alla malinconia di fare capolino dentro di me, finché lacrime di rabbia non vanno a pungermi gli occhi. Sfogo il nervosismo che sento accumularsi dentro, mese dopo mese, misurando l'ampiezza della distanza tra i nostri mondi. Tiro su col naso, e mi detesto per questo attimo di debolezza, al punto che con rabbia spingo i palmi a tirar via le lacrime sulle guance, confondendole nella grana della pelle. E per placare questo cuore triste, scivolo dal suo lato del letto, alla ricerca del suo odore, e della conca che il suo corpo crea nel materasso. Mi ci raggomitolo, avviluppandomi salda tra le lenzuola, affogando i brutti pensieri nella traccia olfattiva che lui ha lasciato.
Perchè, sì. In quei momenti penso di non essere abbastanza. Di non essere alla sua altezza, e che lui meriti di più. Meriti qualcuno che possa correre con lui, nel fitto dei Boschi, e che affondi le zanne nei suoi nemici. Che gli dia dei Cuccioli, e lo renda fiero. Invece di questo...piccolo, impiastro umano, che combina casini e prende decisioni avventate. A un certo punto, sfinita, mi addormento.

Poi la Luna Piena finisce, e lui ritorna a casa. E' il suo odore a svegliarmi, il profumo familiare mescolato ai toni ferrosi del sangue e a quelli selvatici delle prede che ha stanato. E quel guerriero sporco di terra e sangue, feroce e scarso in diplomazia, mi sveglia con il più gentile dei tocchi, il più delicato dei baci. Chiama il mio nome, con sussurri, al mio orecchio scostando via i capelli e le lenzuola, cercando la piccolezza del mio abbraccio, l'impronta del mio corpo contro il suo. E quando apro gli occhi, e trovo il suo sorriso, ogni briciolo di inadeguatezza, ogni paura della notte prima svanisce.
Ricordo chi sono, e cosa siamo. So che gli appartengo, so che mi appartiene.
La notte si dissolve sotto le luci del mattino, e la tristezza svanisce dietro ai sorrisi che si incastrano tra le nostre labbra.

"Sei felice?"
"Si. Sempre"

Commenti

Post popolari in questo blog

"Questo è il mio finale. Adesso tocca a te, scrivere il tuo"

Passato & Presente

"Ci sono parole intrappolate nel vento...