Aspettando




L'acqua ha sempre una gran fretta. Persino quando è immobile, contenuta in un vaso o in un bicchiere, dentro di lei è tutto un brulicare di vita, un fermento di attività invisibili. Ne era convinto mio padre, ed era solito ripetermi che un giorno gli uomini avrebbero sbirciato nel mistero delle acque, nelle profondità dei mari, così come nella vastità dei cieli. Ero e resto scettica, sul fatto che l'uomo un giorno compirà simili miracoli. Ma ero e resto convinta, che sull'acqua avesse ragione.

Perché neppure io conosco mai vera quiete. E perché, in effetti...anche dentro di me, adesso, c'è brulicare di vita.


Nel deserto del Kutch, molti anni prima

 A sei anni la gravidanza, come fenomeno in sé, la incuriosiva. Aveva gironzolato attorno a Pryanka, seconda moglie di suo padre, per tutta la durata della gestazione, contemplando con cipiglio quasi "scientifico" l'ingrossarsi di quel ventre sotto le vesti, leggere e fresche. Aveva poggiato spesso il suo orecchio da bambina sulla protuberanza sporgente, sgranando gli occhi di fronte a quel battito vivace che dettava rumori insoliti rispetto a quelli che era abituata alzarsi da un qualsiasi stomaco. C'era in lei, insieme, dubbio, timore ed eccitazione latente. Si chiedeva, per esempio, come potessero due cuori convivere nel medesimo spazio, e se il sentire di uno non influenzasse il sentire dell'altro. Chi e come ce l'avesse messo, quel bambino li dentro. E, soprattutto, come avrebbe fatto ad uscire. Era abbastanza sicura che il bambino sarebbe spuntato dall'ombelico, il che le avrebbe definitivamente chiarito la funzione di quel "buco semichiuso" in mezzo alla pancia di ciascuna persona, facendolo dunque divenire un "portale", una porta tra la vita, e la non vita. O meglio. Tra questo mondo, pieno di sole, di cammelli e sabbia, e il mondo buio in cui il bambino ora abitava. Perché che fosse vivo era evidente...scalciava, persino!

Adesso però che il tempo era arrivato, e che finalmente poteva trovare una spiegazione ad almeno parte delle sue domande, si rifiutavano di farla entrare. Inaudito! Con Khadija - fedele compagna di avventure - al suo fianco, si erano quindi spostate nella parte laterale della tenda, cercando di non dare nell'occhio.

"Senti come strilla"  le aveva sussurrato Khadija
"Probabilmente l'ombelico è ancora troppo chiuso" aveva replicato saggiamente Elianthe, con l'aria da piccola donna di mondo che già conosce tutto ciò che c'è da sapere, prima di schiudere con delicatezza i lembi della tenda e dar modo a lei e all'altra di comprendere cosa stesse avvenendo al suo rumoroso interno.

Non si vedeva granché, in effetti. Più che altro si sentiva. La tenda era affollata, e diverse donne si affaccendavano in cerchio attorno alla gestante. Di uomini neppure uno, neppure suo padre. Il parto era cosa da donne, questo lo avevano compreso. Di tanto in tanto qualche schiena colorata dal saari si scostava, e riuscivano a scorgere il viso della donna. Sudato, contratto dal dolore, e sconvolto dalla stanchezza. Era sdraiata a terra, a cosce spalancate, la veste sollevat

"...Si vede il bambino?" chiese Khadija, poggiando la propria guancia contro quella di Elianthe.
"...No. Cos'ha tra le gambe, però? Non riesco a..."
"ELIANTHE! COSA FAI LI"

Pianse Rahar venendo alla luce, pianse Khadija per le sculacciate. Elianthe no. Venne sculacciata anche lei, ma non versò neppure una lacrima. Anzi, si arrabbiò pure. Perché le avevano negato il sapere, la conoscenza.

La conoscenza, in compenso, le venne data dopo la prima mestruazione. Divenendo donna, acquisì anche il diritto di presenziare ai parti, di aiutare durante gli stessi, per comprendere cosa un giorno le sarebbe toccato.

Comprese presto che l'ombelico non c'entrava proprio niente. 
E che i grandi assenti all'evento, gli uomini, erano in gran parte responsabili di tutto quell'affanno, e quel dolore. Che non sempre andava tutto bene. Alcune donne morivano, alcuni bambini non nascevano. Il dolore, in quel caso, diveniva più intenso, si diluiva nei pianti di chi sopravviveva.

Eppure, una volta nata la nuova creatura, stretta al seno della madre, quest'ultima sembrava sempre dimentica di tutta la fatica provata, del dolore, del rischio corso. Si illuminava, di una luce che Elianthe non comprendeva, di una felicità che lei non afferrava del tutto. Possibile, che avesse già scordato quanto urlato sino a poco prima? Possibile, che valesse la pena sopportare tutto quello, rischiare persino di morire, solo per ritrovarsi quella cosetta minuscola tra le braccia, a torturare i seni, a straziare i sogni? 
Anni dopo capì anche chi e come, mettesse il bambino dentro al corpo di una donna.
Ma l'amore che aveva visto, negli occhi di ogni puerpera rivolti verso al figlio...quello rimase, a lungo, un interrogativo privo di risposta.

Poi, arrivò Erendis


"MA TI RENDI CONTO DI COSA DIAMINE HAI FATTO?"
"Heera"
"HEERA UN PAIO DI PALLE. SE TI DICO CHE DEVO ANDARE, DEVO ANDARE..."
"Ahio"
"...E INTERROMPERE UNA STREGA DURANTE LA CONCETRAZIONE E’...CONTRO NATURA..."
"Che?"
"...SE TI DICO CHE STO BENE. STO BENE. E CAZZO. SE TI DICO CHE QUESTA. E’ IMPORTANTE, ALLORA E’ IMPORTANTE..."
" AHIA!
"...NON SI TRATTA COSI. UNA MOGLIE. E NON SI TRATTA COSI'. UNA FATTUCCHIERA..."

*dopo lo sclero, e dopo aver infilato in bocca ad Erendis una pozione cambio aspetto permanente*

Er: Ma non piangere. Dai, ora passa.
El: No...non passa ora… E’ una pozione per cambiare aspetto...sei...biondo e...diverso e...ed è permanente. Se non ti do la Restitutio  Formis tu non torni come prima…
Er: E va beh, mi farai quella pozione...non è finito mica il mondo, sù. La mia Kalì. Sai, pensavo di essermi sbagliato...ma alla fine, credo che il mio naso al solito, non ha fallito. E' colpa degli ormoni, amore mio. Certe volte, danno alla testa. Ma non preoccuparti, inizierai ad abituarti per questi quattro mesi.
El: Ma non è come fare uno stufato. Va preparata con una certa fase lunare, e con la polvere magica giusta. Ci vorrà qualche tempo. Si che te la faccio. Mi dispiace. Mi dispiace tanto. <...> Ma che ormoni. Non ho neanche avuto il ci… Il mio odore...pensavo che era cosi forte perché stavo male.  Sono...incinta? 
Er: ...e aspetterò la fase lunare, del calendario di non so ché, della...insomma, quello che è... eh, già. Sei stanca, vomiti e mangi tanto. Gli svenimenti, anche. Per quello ti ho detto di non andare da nessuna parte e di evitare l'uso della Stregoneria. Nah, quando stai male hai un altro odore. Non questo. Ti sei trasformata in Hati, avresti divorato non solo la Luna ma anche il Sole... decisamente, sei incinta. Per quello volevo portarti dai cerusici, per controllare che tutto vada bene. Visto che, hai strafatto in questi giorni. 


Siamo arrivati alla fine. Quando mi sdraio mi viene difficile respirare, e non c'è un vestito che mi entri più decentemente. Ho provato a sistemarli da me, gli abiti, ma mi sono solo bucherellata le dita. Era Prya, quella brava con l'ago, io ero più portata con le spezie. Ho questo ricordo di noi bambine, nei mattini illuminati di sole tra le dune bianche del nostro deserto. Lei mi sistemava il saree, che scucivo sempre, ed io macinavo mandorle e datteri insieme. Creavo un impasto che poi andava cotto sulla pietra rovente dei fuochi, in dolci che si scioglievano in bocca, lasciando sulla lingua un retrogusto leggero di cannella e cardamomo. La imboccavo ridendo, dopo aver soffiato sul dolce appena cotto perchè lei non si scottasse. Posso ancora avvertire il tocco umido della sua lingua tra le mie dita, e la sua risata mescolata alla mia, nell'aria fresca del mattino. I rimproveri su quanto fossi sbadata, e le chiacchiere felici e sciocche tra sorelle.
Mi chiedo spesso, guardandomi allo specchio, come sarebbero i figli di Prya. E di Lakshmi. Di Khadija, di Padme. Delle sorelle e amiche di quei tempi. Ogni tanto ci ho sognate, non più bambine, tutte donne. Avvolte in abiti colorati e sgargianti, immerse nel sole, camminiamo scalze lungo il deserto candido dove raccogliamo l'affiorare del sale tra le sabbia, nel tintinnio dei nostri monili. I nostri figli dormono sulle nostre schiene, bardati nei dupatta. E i nostri canti si levano leggeri, a tratti ninne nanne, a tratti preghiere per le nostre divinità generose.

Poi mi sveglio. Ho il volto rigato di lacrime, il cuore un po' gonfio, ma passa in fretta. So che da qualche parte, in qualche dimensione, in qualche nodo del tempo noi siamo li. Madri e donne, tutte insieme. Invio a tutte loro un pensiero felice, ricco d'amore. E mi dedico alle altre sorelle, che il Destino ha voluto donarmi.




Senciner mi è stata tanto vicina, durante questi mesi. Protettiva, materna, premurosa. Penso che il mio diventare madre mi abbia definitivamente consacrata, ai suoi occhi, come membro utile del nostro personale branco. Una Mannara vera, che garantisce che la razza prosegua, forte e viva. Ha previsto per me un parto doloroso, ma il saperla al mio fianco attenua di molto il timore. E come lei Elvenar, la prima a intuire cosa stesse per accadere. Mia primissima allieva, in Laboratorio, diverrà lei la mia insegnante in altri temi, a breve. E Shaiila, che non è più tra i Druidi, e che ha riposto fiducia negli uomini e nelle donne del Valico. Ed Ejil, che vedo sempre come minuscola, da proteggere, da custodire. Cucciole, in un mondo dove sembrano tutti anziani. Ed Iyali, come mio riflesso ma a tinte contrastanti, che tanto racchiude sotto composta alterigia elfica. Un arcobaleno racchiuso nella scorza di una pietra. Come un piccolo Opale. 

Tempo fa ho chiesto a Tecla, cosa significasse stare in branco. La sua risposta mi ha lasciato, in bocca, un sapore agrodolce. Ma adesso, se mi guardo intorno, non posso fare a meno di intuire il perimetro di una nuova tribù, un branco nuovo. Sono parte di questo "qualcosa", che mi fa sentire al sicuro, e che è pronto ad accogliere i vagiti dei miei figli.

Siamo pronti.
Sono, pronta.



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