Di Baratti


E ho barattato un mucchio di dolore per un cuore più grande di tre taglie.

Erik - Eyr - Eivor 

Papà lo diceva che ero una brava commerciante.

Abbiamo definitivamente smesso di essere due, ci siamo declinati in cinque, e i piccoli non sono più esclusivamente parte di me, sono diventati tre "loro", un loro che racchiude un po' di me ed Erendis, e che andrà a spasso per il mondo per conto proprio, cominciando su piccoli  - microscopici - piedini.

Io già lo so che più avanti, nel tempo, tenderò a dimenticare. I litigi, le cose belle, le cose importanti. Smarrirò i miei ricordi, e gli odori che ora conosco a memoria diverranno sentori soffusi come certi profumi sulla stoffa tra un cambio stagione e l'altro. Diluirò alcuni visi, confondendone i contorni ed i colori, la grana delle pelle, le rughe e la cicatrici. E perderò, inesorabilmente, nel labirinto della mia memoria parole ed episodi a me ora carissimi e vividissimi. Ma so, allo stesso modo, che non potrò mai in nessuna circostanza o occasione, spazio, luogo e tempo, dimenticare questa prima notte tutti e cinque - sei contando Senciner -  insieme in questa piccola ed immensa stanza. Ecco, questa notte mi ha insegnato che il mondo intero può essere contenuto tra quattro pareti di legno, un perimetro quadrato fatto di muratura e legname. Sdraiata a letto, ridotta ad un groviglio zuppo di fatica, stanchezza e dolore, sono rimasta nonostante tutto e mio malgrado incapace di riposare, di dormire, di dare tregua e pace a queste mie carni stanche. Il cuore non faceva male, e questo bastava. Ero troppo eccitata e stupita, troppo meravigliata, di quanto accaduto e di quanto mi circondava. Non scorderò il disagio di queste mie sciocche e inutili braccia, impreparate a stringerli, a tenerli, a cullarli. 

Perchè non donano altre due paia di braccia, alle madri? E altri sei paia d'occhi, così che nessun dettaglio sfugga? E un altro paio di bocche, per esser certe che neppure un centimetro dei corpi dei figli sia privo dei loro baci? Perchè? Che ingiustizia è mai questa?

In questa prima notte, vestita di tutta la mia impeditezza di giovane madre, mentre ansie tutte nuove si affacciavano sull'orlo delle mie ciglia, mi sono scoperta capace di immensa tenerezza, di onde di sentimenti devastanti e feroci. Non ero pronta. Che stranezza. Mesi, a immaginare questo momento, a interrogarsi, a rispondersi. Ed io non ero pronta. Così sono rimasta inerme, di fronte a questa ennesimo sconvolgimento della mia vita. L'amore è risalito di prepotenza, dallo stomaco alla gola, ed io mi sono lasciata affogare, soffocare. Diverso da qualsiasi altro amore mai provato prima, diverso da quello che sento per Erendis, che pure è ciò che più amo in questo mondo. A tratti, anche più di me stessa. 
Nel frastuono della tempesta che batteva incessante contro i vetri, questa Tempesta è divenuta stranamente quieta, intimidita, inerme e silenziosa. Ho percorso con le dita i contorni dei loro corpicini, studiandone ogni piega con la reverenziale attenzione che sino ad ora ho riservato a libri antichi e preziosi, timorosa di inquinare con la ruvidità dei miei polpastrelli la sericità perfetta di tre pelli che racchiudono il tono di colore di entrambi i nostri incarnati. 
Mi sento improvvisamente vuota, e improvvisamente colma. Traboccante di forza, onnipotente, un'esplosione di energia e di vita, anche ora che queste vite non sono più incastonate nel mio ventre. Abbiamo ancora questo ultimo legame di carne, a tenerci uniti, ora che sono fuori: il mio seno, le loro labbra, e un sentimento indefinito che cade tra noi quando li allatto. Ci abbandoniamo entrambi, loro a me, ed io a loro. Siamo inermi, in modi differenti. E differenti sono i modi che hanno di nutrirsi. E piangere. E sorridere. Pur essendo simili in tante cose io noto già le enormi differenze dei loro caratteri, dei loro sguardi, dei loro bisogni.
In questa prima notte, per lungo tempo, ho fatto fatica anche solo a staccare gli occhi da loro, a pensare di fare qualcosa di diverso dal riempirmi lo sguardo e la mente, l'olfatto e le labbra di ogni cosa di loro. 

"Elianthe"
"..mh?"
"Devi riposare"
"Tra poco"
"No. Subito"
"...Altri due minuti, lasciameli guardare altri due minuti"

Poi buio. E poi di nuovo luce.
Mi sono addormentata. Non so dire se ho chiuso gli occhi per qualche minuto appena, o per qualche ora. Al mio risveglio non tenevo più nessuno di loro al petto, ero custodita io tra le braccia dipinte di Erendis. Ho sorriso, pensando tra me e me che sembrasse quasi l'inizio di una fiaba. 

C'era una volta una piccola Strega, stretta tra un'Edda, e un feroce Drago.

Ho poggiato l'orecchio sul suo petto, per ascoltarne il battito del cuore - un po' come si fa con le conchiglie con il canto del mare - e per sentire il suo respiro sulla mia fronte. E' stanco anche lui, abbandonato a corpo morto nel letto sembra che abbia appena finito di combattere l'ennesima, dura, battaglia della sua lunga vita. Inerme e tranquillo come un bambino, racchiuso nel corpo possente  e martoriato di un gigante. Per un po' resto a guardare lui, dormire, finché non mugugna qualcosa e non solleva le palpebre fissando i suoi occhi nei miei. Non ci diciamo niente, a parole, ma ci diciamo tutto restando zitti. Mi rimprovera, perché non dormo, lo rimprovero, perché non ho sonno. E poi i rimproveri smettono. E ci sorridiamo. Solo con gli occhi. E solo con gli occhi, ci bisbigliamo.

"Sei felice?"
"Io si. Tu sei felice?"
"Si"




"Insegnami"
"Sei una femmina, Elianthe. Non ti servono queste cose"

La bambina, però, non demordeva. Tormentava suo padre, seduto di fronte allo scrittoio, arrampicandosi sulle sue ginocchia e afferrandolo dalla barba, sprimacciandogli sul volto manine grassocce e castane, pestando i piedi contro i suoi per tentare di risalire, e di mettere il naso nelle carte che lui maneggiava. Lottava feroce, mentre ripeteva come cantilena.

"Insegnami! Voglio imparare a leggere"
"Ho detto di no. Vattene via ora, lasciami finire"

Finiva con il rimetterla giù di prepotenza, e quando lei non si dissuadeva finiva per sculacciarla, e scacciarla dalla tenda. Ma lei, il giorno dopo, riprendeva con quella litania, testarda e molesta. La notte, quando si sdraiava accanto all'ultima moglie, Arathi, la madre di Elianthe, Jamal le chiedeva sempre da chi mai avesse preso questa sua testardaggine la figlia, concludendo che il fatto che fosse la sua preferita non le consentiva certo di abusare in quel modo della sua pazienza, ed esortando la moglie a tentare di sedarla, quietarla. Arathi, allora, si chiudeva in un silenzio inconsueto, penoso, aggrappato a quel passato di cui non aveva mai parlato troppo al marito. 

"Svegliati"

Era una voce strana, quella che l'aveva richiamata. Elianthe si era alzata di scatto, così di scatto da tirare i capelli di Prya, che dormiva accanto a lei, facendola piagnucolare nel sonno. Si era guardata intorno, gli occhi grandi e scuri, inghiottiti di sonno e confusione. Non vedeva nessuno. O meglio, vedeva tanti intorno a lei, ma dormivano tutti. Eppure la voce era nitida, chiara, forte.

"Alzati"

Si era stropicciata gli occhi, ancora. Niente, lì dentro nessuno era desto. Allora, la voce, veniva da fuori. Così, silenziosa, si era sollevata in piedi. Era scivolata oltre la tenda, guardandosi intorno. Fuori non c'era nessuno a parte il vento e la Luna, alta nel cielo, che gettava bagliori di latte e d'argento sulle dune fredde del deserto. Le sentinelle, alle estremità del campo, parlattovano tra loro rischiarate dal fuoco basso dei narghilè. Aggrappata al lembo della tenda, lei aveva girato il capo a destra ed a sinistra. Non c'era nessuno. Solo il vento. Danzava con la sabbia, ricreando mulinelli, spirali di polvere sottile e scintillante come diamanti. In un turbine che si ispessiva, e diveniva voluttuoso come nastro. Inspiegabilmente, si sentiva attratta da quel piccolo turbine. Al punto da muovere qualche passo, verso di lui, tendere la manina verso la sabbia. E la sabbia rispondeva, pareva d'un tratto essersi fatta viva. Assumeva la forma di una mano, che si intrecciava al sua, concreta, solida e tiepida.

"Vieni"

Disse di nuovo, la voce. E lei non ebbe più dubbi, né incertezze. Affondando i piedini nudi nella sabbia si era incamminata verso il cuore del deserto, continuando a seguire quel nastro danzante, di sabbia e vento. Lontana, dal campo, il vento si era rinforzato. E la sabbia si era compattata, aggregata, accumulando. Plasmando di fronte al suo sguardo incredulo, di bambina, le fattezze di una donna fatta e finita.



"Chi sei?" le aveva chiesto, la voce impastata di sonno e confusione.
"E tu sai, chi sei?" e niente in quelle parole sembrava umano, come niente nell'aspetto della donna somigliasse a qualcosa che la bambina avesse mai visto, o sentito.
"Io sono Elianthe" aveva risposto, semplicemente
"E che cos'è un'Elianthe?" aveva chiesto, la donna. La bambina ci aveva pensato, per qualche momento
"Una bambina"

Per un po' la Donna non aveva detto niente, limitandosi ad osservarla. Eppure quel suo sguardo, fatto di oro puro e liquido, sembrava scavarle dentro e guardarle oltre lo schermo della propria pelle, fin dentro la carne, sin nelle ossa. 

"No, non sei solo questo. Sei molte cose. Alcune sono già presenti, in te, altre verranno col tempo. Alcune le scoprirai presto, per altre ti ci vorranno anni. E per comprende chi sei, cosa sei, a volte ti verrà chiesto un conto molto salato"

E allora la bambina si era impettita, con fierezza, e stringendo i piccoli pugni aveva risposto

"Io sono una Rabari. I Rabari pagano sempre, i propri conti"

E allora la Donna si era messa a ridere. E la sua risata le ricordava il crepitare dei fulmini nell'aria, il tintinnare delle monete nella saccoccia che suo padre portava al fianco. Era terribile e meravigliosa insieme, e dentro di sé ebbe la consapevolezza che non avrebbe mai più ascoltato un suono simile.

"Allora, piccola Rabari, inizia col pagare il tuo pegno, per ottenere ciò che desideri: saper leggere e saper scrivere. Ti tornerà utile in futuro, non puoi neanche immaginare quanto"

"Mio padre si rifiuta e..."

"Devi barattare questo tuo desiderio con qualcosa che lui desidera ardentemente. Qualcosa a lui particolarmente caro, che solo tu possiedi, e che solo tu puoi dargli"

E nel parlare, la Donna aveva cominciato a dissolversi. Dolcemente, mollemente. La sua figura era divenuta tremolante, con un miraggio sotto i raggi cocenti del sole, fino a sparire del tutto. Ma quel brevissimo incontro era bastato per gettare, in Elianthe, semi di nuova consapevolezza. Qualcosa a lui particolarmente caro, che solo tu puoi possiedi, e solo tu puoi dargli. Lei ora sapeva, cosa fare.

- - -

"In che senso Elianthe ha deciso di digiunare?"
"Nel senso che tua figlia si è seduta sopra quella altura, e non intende né bere né mangiare, né parlarti,  finché tu non lo consentirai di imparare a leggere e scrivere."
"...Che sciocchezze. Tra qualche ora le passerà la voglia"

La voglia non le era passata. Ed anche quando il caldo l'aveva fatta svenire, e sua madre l'aveva soccorsa, lei una volta cosciente aveva respinto l'acqua, ed il cibo. Questa storia andò avanti per giorni.
Jamal quindi si trovò di fronte a una scelta: rompere le tradizioni, o lasciare che sua figlia si spegnesse.

Scelse la vita. Scelse Elianthe. 
Premiò il coraggio della sua bambina, che aveva deciso di barattare l'apprendimento con l'unica cosa, preziosa, che possedeva: la propria vita.

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