C'era una volta (e forse, c'è ancora)




C’era una volta, oltre i monti e le colline, al di là dei fiumi e di ogni mare conosciuto, un deserto molto particolare. Durante la breve stagione delle piogge finiva con l’allagarsi, completamente, ed il terreno diveniva un piccolo lago celeste, nel quale il cielo – più azzurro che in qualsiasi altra parte del mondo - si specchiava vanitoso dando l’impressione che ogni confine tra terra e aria si diluisse fino a scomparire del tutto. Quando poi l’acqua, lentamente, si ritirava restavano sulla superficie sabbiosa del terreno fiori di sale purissimo. I petali, croccanti e candidi, rilucevano sotto il sole cocente e da lontano davano l’impressione che il deserto fosse colmo di neve. La qualità e la quantità del sale che si ricreava a seguito di tale fenomeno spingeva numerose tribù nomadi, poco dopo la stagione delle piogge, ad accamparsi lungo tutto il suo limitare per raccoglierlo manualmente fiore dopo fiore, petalo dopo petalo, e rivenderlo in giro per il mondo. In una di queste tribù, diciassette anni prima, era nata una bambina cui diedero il nome di Maali. Bruna era bruna, come la madre, e come il padre. Ma aveva un occhio verde, il destro, ed uno blu, il sinistro. Sua madre era entusiasta, di questa particolarità, e le ripeteva che il suo sguardo racchiudeva contemporaneamente la Terra, ed il Cielo, e dunque lei avrebbe visto e sentito in un modo che nessuno di loro poteva mai lontanamente immaginare. Non tutti però condividevano l’entusiasmo materno e la maggior parte degli abitanti della propria tribù, incluso suo padre, erano convinte che questa bizzarria di colori fosse presagio di sventura. Perché ciò che è diverso è facile che ci spaventi, e si fa presto ad additare ciò che non conosciamo come pericoloso. Sua madre si spense che lei aveva appena tre anni, e dunque Maali crebbe in solitudine, ignorata dal suo stesso padre, e schernita dai propri coetanei. Per quanto la vita non fosse poi così dolce, con lei, la ragazza era cresciuta in grazia e bellezza. Di spirito vivo, e di natura curiosa, c’era in lei la dolcezza e la calma dell’acqua, la fermezza e la concretezza della terra. Un giorno, mentre era china a raccogliere sale lungo la distesa immacolata del deserto, aveva sentito dei lamenti, nel sottofondo di grida di monelli e di grosse risate. Rialzandosi, lo sguardo era scivolato verso un punto poco lontano. C’era un anziano raccoglitore, il corpo affetto di piaghe, e talmente magro e stanco che non riusciva a stare ritto in piedi. Un gruppo di ragazzini si divertiva a tormentarlo, lanciandogli contro sassolini, giocando a chi lo colpiva per primo. Maali era giunta in suo soccorso, minacciando i monelli di gettare loro il Malocchio, creando panico e scompiglio sui visi cattivi. Si era poi inginocchiata, a soccorrere l’uomo “Non toccarmi, bambina. La malattia mi divora, e potrei infettarti” ma lei aveva sorriso, mostrando all’anziano le mani arrossate dal sale “Ho la pelle forte, vedete? Non mi accadrà niente di male” aveva mormorato, rassicurate “Appoggiatevi. Venite” Lo aveva portato vicino ad un palmeto, al fresco, lì dove una piccola polla d’acqua zampillava, e con cura gli aveva dato da bere, sciacquato le ferite causate dai monelli, e dato a lui il proprio pezzo di pane “E tu?” aveva chiesto lui, addentandolo affamato “Avete l’aria di non mangiare da tempo. Io mangerò domani” si era offerta lei, sciogliendo il proprio velo per drappeggiarlo sulla fronte dell’uomo “Questo vi riparerà dal sole” aveva aggiunto, gettando uno sguardo mortificato sulle vesti cenciose dell’uomo, che lo coprivano a malapena “Mi spiace non poter fare altro”. Il vecchio le aveva teso la mano affinché lei gliela stringesse. E quando Maali l’aveva afferrata saldamente lui aveva sorriso, prima di mormorare “Forse posso fare io qualcosa, per te” e poi, con tono più misterioso “Cammina per tre giorni e per tre notti, in direzione del sorgere del sole. Poi cammina per altre tre notti, seguendo la direzione della stella più luminosa in cielo. Il paesaggio inizierà a cambiare, e ti troverai di fronte ad un pozzo. Porta con te questi oggetti” Maali si era accorta di avere qualcosa, nella propria mano, ora che l’uomo l’aveva lasciata: un crine di cavallo, un chicco di grano e un pezzo di sapone. Quando aveva risollevato gli occhi, verso l’anziano, lui però era scomparso. A nulla era valso cercarlo, nei dintorni, non era rimasta in terra neppure la sua ombra.”

Maalì tornò alla propria tenda, quella sera, chiedendosi cosa avrebbe dovuto fare. Sentiva che tutto in quel suo piccolo spazio vitale non le apparteneva, dal proprio giaciglio alla propria veste, e che lei non apparteneva realmente a nessuno. Certo non a suo padre, né alle persone che la deridevano per un qualcosa che lei non aveva deciso, né compiuto, dato che era semplicemente nata in quel modo. Si sentiva fuori posto e, allo stesso tempo, sentiva che il destino aveva altro in serbo per lei. Al mattino fu qualcosa di inconsueto a svegliarla: il canto di un usignolo. “Non vi è motivo, per un usignolo, di trovarsi nel deserto” pensò Maali, fissando il capino giallo dell’uccellino, appollaiato su una cassa di fronte alla propria tenda. E si ricordò di quando sua madre le raccontava di una certa fiaba, da bambina, dove un piccolo usignolo coraggioso si avventurava solo, per il mondo. D’un tratto, sentì crescere in lei il coraggio. Riempì un otre d’acqua, prese qualcosa per il viaggio, e si diresse fiduciosa verso est. La paura iniziale si stemperò, ben presto, nell’eccitazione. Per i primi tre giorni non incontrò anima viva, ed il paesaggio cambiò rapidamente. Il deserto si trovava al limitare di una radura di terra brulla, che a sua volta declinava in campi coltivati, e costeggiava città in mattoni rossi, con alte torri e scintillati tetti a punta, che da lontano sembravano interamente d’oro. Maali non era mai stata in quel posto, e guardava con stupore quanto incrociava nel suo cammino. Si accorse di trovare anche facilmente del cibo, durante il cammino, incrociando spesso alberi da frutto o orti ricchi di verdure all’apparenza abbandonati. Sembrava che fossero stati messi li, appositamente per lei “Se anche non dovessi trovare nulla, sarà stata comunque una bella avventura” si ripeteva, felice. Dopo tre giorni e tre notti sempre percorsi in quella direzione si trovò di fronte al limitare di una giungla buia. Le indicazioni del vecchio la spingevano a proseguire, ma la spaventava l’idea dei pericoli che avrebbe incrociato nel fitto. Un fruscio dietro di lei, d’un tratto, la fece voltare. Una grossa tigre era seduta a circa un metro di distanza, e la fissava con aria temibile. La coda batteva in terra, regolare, ed il corpo massiccio e composto trasmetteva una certa sensazione di forza, di possenza. Ma ciò che colpì di più Maali furono gli occhi dell’animale. La Tigre infatti aveva un occhio rosso, il destro, e un occhio talmente giallo da sembrare oro, il sinistro. Restarono per un po’ a fissarsi, finchè la Tigre non sbottò “Beh?! Cosa c’è da fissare in questo modo?” Il fatto che la Tigre parlasse era già di per sé una stranezza. Fatto ancora più strano, tuttavia, era che la Tigre non avesse i denti. “Oh, beh…scusami. Non volevo metterti a disagio. Sono Maali, comunque. E’ la prima volta che incontro una Tigre e..:” “Io non sono una Tigre” rispose, piccata, quell’altra “Sono un Mannaro, e il mio nome è Zayt. E sono vittima di un incantesimo” Affascinata, Maali gli si avvicinò, per guardarlo più da vicino “Un vecchio cencioso, lurido mendicante…mi ha accusato di superbia e arroganza e mi ha costretto nella mia forma animale, rendendomi…inutile, monco. Inerme. Non ho più denti, né artigli. Prima che potessi spezzargli il collo e sparito, ed ha detto che avrei trovato ciò che mi avrebbe reso nuovamente completo sul fondo di un pozzo” “Oh!” rispose Maali “Anche io mi sto recando al pozzo. Pare vi sia qualcosa anche per me, sul suo fondo... Potremmo fare un tratto di strada insieme, se vuoi” propose, gentile “Non ho bisogno di nessuno, io” ringhiò Zayt, prima di sparire nel fitto dietro di lei. Maalì attese che facesse notte, e che nel cielo brillasse la stella più luminosa, poi si incamminò verso quella direzione. Si accorse che il cammino era rischiarato, quando dalla luna, quando dal vorticare di lucciole intorno a lei. Dopo diverse ore, ad attrarre la sua attenzione fu un ruggito doloroso, che spezzava il silenzio della giungla. Oltre un cespuglio, accasciata a terra, c’era Zayt.

La zampa era incastrata in una trappola, e il sangue zampillava dalle ferite. Maalì corse verso il ferito, che nel vederla ringhiò furente verso di lei “Lasciami stare! Vattene” Tuttavia lei non parve scomporsi. “Sono abituata a sentirmi ringhiare addosso. Fa pure. Io nel frattempo ti libero” rispose, inginocchiandosi. Ebbe il suo bel da fare, nell’aprire la tagliola, e nel disincastrare la zampa. Ma alla fine, nonostante il malcontento di Zayt, era riuscita a far scattare la molla e a fasciargli la ferita, fermando il sangue. La Tigre brontolava ancora “Questo rallenterà il mio percorso, e cacciare sarà ancora più difficile” Maalì ci penso un po’ su, prima di dire “Potremmo fare un accordo. Io resterò al tuo fianco, e provvederò ai tuoi pasti. Tu mi starai vicino, così che animali e predoni vedendoti non si allontanino, ed io possa attraversare la giungla sicura. Che ne pensi?” Zayt ci pensò su. Poi, sospirando, acconsentì. “Sento che saranno giorni estremamente lunghi” concluse, accucciandosi a terra.

Furono giorni lunghi, in effetti, ma furono anche giorni interessanti. Maali non era abituata ad avere accanto qualcuno con cui chiacchierare e Zayt, superata una certa iniziale reticenza grazie al buon carattere della fanciulla, era divenuto loquace. Conosceva tantissime cose, perché aveva viaggiato per il mondo, e perché prima di essere trasformato era principe di un piccolo regno. Sera dopo sera ascoltava affascinata di balli e di invenzioni, di storie inventata e realmente accadute, con protagonisti mostri e meraviglie. Zayt le aveva raccontato che i rapporti con suo padre e con il resto dei suoi fratelli non erano mai stati troppo idilliaci, per via di quel suo caratteraccio, e per alcune infelici decisioni prese. “Rimanere per tanto tempo in questa forma ti da modo di riflettere” le ripeteva, mostrando un certo pentimento per il modo in cui si era condotto fino ad allora. Di Maali gli piaceva il fatto che non lo giudicasse mai, neppure di fronte alle confessioni che gli rendevano meno onore. Aveva sempre, per lui, parole rassicuranti, incoraggianti. Era ottimista, ma di quel genere di ottimismo privo di affettazione, sentito e concreto. E questo, in un certo senso, lo rassicurava e placava. Non sempre andava tutto bene, e grandi bisticci erano sorti, violenti come certi temporali estivi. Dopo ogni litigio, tuttavia, altrettanto rapidamente tornava il sereno e loro si facevano più uniti, affiatati. Forse fu proprio per il piacere che la reciproca compagnia suscitava, l’uno nell’altra, che ci misero diversi giorni per arrivare al pozzo. Eppure, alla fine, eccolo lì: spiccava in una radura verdeggiante, odorosa di orchidee selvatiche e custodita tra cortine di liane, costruito con pietra nera e liscia, usurata dal tempo. Non c’era alcun secchio appeso nei pressi, e affacciandosi al bordo Maali notò che non si vedeva acqua sul fondo ma quella che sembrava una distesa di sabbia bianca. “Sembra alto” sentenziò Zayt, affacciandosi a sua volta al bordo “Io posso anche saltare, atterro bene. Tu però come farai a scendere? Se anche usassi una di quelle liane finirebbero con il rompersi” Maali si ricordò allora dei doni del vecchio. Frugò nella propria scarsella e tirò fuori il crine di cavallo che, Immediatamente, iniziò ad inspessirsi, ed a ritorcersi. In breve tempo la ragazza si ritrovò tra le mani una lunga e robusta corda. L’assicurò ad un albero poco lontano, si passò l’altra estremità intorno alla vita e si calò all’interno del pozzo, seguita da lì a poco da Zayt. Ad entrambi sembrò di essere finiti in un altro mondo. Erano nuovamente all’aperto ed il pozzo sembrava sparire direttamente nel cielo, un cielo che anziché essere azzurro era viola, mentre il suolo era ricoperto di sabbia bianca e finissima. Poco distante si intravedeva la sagoma nera di un castello, verso il quale si incamminarono. Intorno a loro c’era solo desolazione, e ovunque girassero lo sguardo l’orizzonte sembrava proseguire senza altra figura, verso l’infinito. Di lì a poco notarono che attorno al castello, in aria e lungo le sue guglie, le torri e le feritoie, c’erano decide e decine di corvi. Erano molto più grossi, dei corvi normali, e un gruppo numeroso di loro era intento a becchettare qualcosa poco oltre l’ingresso. Maali si portò una mano alla bocca, inorridita, quando comprese che ciò con cui stavano banchettando erano i resti di un uomo: un cavaliere, a giudicare dall’armatura. “Se è l’unico posto dove possiamo andare non abbiamo molte alternative. Io li distraggo, tu corri all’internò” le mormorò Zayt, fermandosi ad una decina di metri dall’ingresso “Il portone è spalancato. Se corri veloce puoi farcela” aggiunse, dandole una musata al fianco nel vedere che restava ferma, pietrificata “Io non ti lascio solo” ribadì Maali, ritrovando parola e prontezza di spirito. Di nuovo, infilò la mano nella scarsella, e stavolta tirò fuori il chicco di grano. I corvi, che si erano accorti di loro, avevano abbandonato lo scheletro e si erano mossi, per avventarsi contro i nuovi visitatori gracchiando minacciosi. Lei allora scagliò il chicco di grano, contro di loro, che subito si moltiplicò. Dieci, cento, mille chicchi iniziarono a piovere dal cielo, e a rimbalzare sulla sabbia. Affamati, i corvi cominciarono a becchettarli, perdendo di vista Maali e Zayt, che corsero all’interno del castello. Il paesaggio era di nuovo, improvvisamente, cambiato. Si trovavano all’inizio di un largo ponte di pietra, sospeso nel cielo, ed intorno a loro gravitavano nuvole bianche e spumose. Nell’esatta metà del ponte era stato posto un tavolino finemente cesellato d’oro, sopra il quale qualcuno aveva lasciato uno scrigno rettangolare. I due si erano avvicinati, e avevano letto che tra le gemme e i fregi erano state incise le parole “Ho il potere di mostrarti ciò che realmente desideri, e di farlo accadere”. Tuttavia, quando Maali aveva sollevato lo scrigno per prenderlo, il ponte aveva iniziato a tremare. Alle loro spalle, d’un tratto, erano apparsi decine e decine di ragni. Sembravano anch’essi fatti d’oro, e correvano rapidi e minacciosi verso di loro su zampe taglienti “Presto, saltami in groppa” aveva urlato Zayt. La ragazza era salita sul dorso della tigre, che aveva cominciato a correre dalla parte opposta, in cerca di salvezza. Ma i ragni erano più leggeri, e guadagnavano rapidamente terrano. Allora Maalì infilò nuovamente la mano all’interno della borsa, e tirò fuori il pezzo di sapone. Lo gettò dietro di lei, e subito la pietra si ricoprì di bolle. Il ponte divenne scivoloso, ed i ragni slittavano via, alcuni precipitando nel vuoto, altri cozzando l’uno contro l’altro. Il ponte terminava in un varco nero, dentro il quale Zayt si lanciò con un ultimo, poderoso balzo. Entrambi si ritrovarono nuovamente nella radura, accanto al pozzo. Maalì scese dalla sua schiena, e si inginocchiò accanto a lui. Abbracciò forte la tigre, tremando ancora di paura, poi si scostò sorridendo “Sei pronto?” gli chiese, prima di aprire lo scrigno, con una certa trepidazione. Al suo interno, sul velluto rosso, c’era uno specchio di legno semplicissimo, e dall’impugnatura persino un po’ rozza. La ragazza aggrottò le sopracciglia, tirandolo fuori, posizionandolo tra lei e Zayt “Non capisco. Come funziona?” Lo specchio era privo di vetro: ciò che vedeva Maali, attraverso la cornice, era il volto di Zayt, e ciò che vedeva Zayt, attraverso la medesima cornice, era il volto di Maali. E allora la Tigre si ritrovò a bisbigliare “Funziona, Maali. Funziona benissimo. Perché l’unica cosa che davvero, realmente desidero…ce l’ho davanti. Sei tu. Che tu sia viva, che tu sia felice. Rinuncerei ad ogni mio desiderio, per realizzare i tuoi” La ragazza trattenne il fiato. D’un tratto lo specchiò sparì, in una nube di fumo rossastro. La nube si ingigantì, fino ad inglobare completamente la figura di Zayt nascondendola per qualche istante. Quando finalmente il fumò iniziò a dissolversi di fronte a lei non c’era una Tigre, ma un uomo. Bello e bruno, alto e forte. Le sorrideva, felice, tenendo addosso a lei gli occhi: la pupilla destra era rossa, come il Fuoco, quella sinistra era giallo oro, come l’Aria. “E tu cos’è che hai visto, nello specchio?” Le chiese quindi, prendendole la mano. Maali, allora, sorrise “Qualcuno che mi completa, nella sua differenza. Qualcuno che non mi fa più sentire sola. Ciò che realmente desidero, e che il destino ha riservato per me. Che amo in ogni sua forma, di cui amo tutto, anche i difetti. Ho visto te” E Zayt e Maali si abbracciarono, felici. Il tesoro a loro riservato fu ciò che furono in grado di costruire insieme. E costruirono tanto, in effetti. Basandosi sulle loro differenze, compensandosi nella diversità. Amandosi oltre ogni forma, e dimenticando per sempre le diverse solitudini che li avevano afflitti. Ed imparando che anche se non sempre erano felici, e non tutte le volte erano contenti, loro erano comunque insieme, famiglia. Ed era l’unica cosa che davvero contasse. 



Il pegno è stato pagato.
Una fiaba, un capello.


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