Il vento continua a soffiare
Scirocco batte da Meridione. Si infila di prepotenza tra i teli della tenda, li gonfia come bolle di sapone, fa tintinnare i pendagli ed i decori appesi ai suoi pannelli. Solleva un po' di sabbia, la getta sull'incastro dei nostri corpi, ma non ce ne curiamo troppo. C'è la mia pelle scura, contro la tua chiara, e ci sono discorsi fatti di nulla, sereni come il cielo d'estate, leggeri com'è leggero questo vento, come la seta del mio abito che resta a terra, sparpagliato nella confusione di cose mie e tue. Nostre. C'è la mia risata, mentre ti imbocco e mi mordi le dita, e poi c'è anche la tua. Che orgoglio mi da sapere che questa gioia te le strappo solo io dalla gola. Non che tu di base non rida, non sia felice. Ma questo modo che hai di sorridere, che ti accende gli occhi e ti distende il viso, è solo mio. Nostro. Ti rende un ragazzino, Erendis, intrappolato in un gigante, spirito lieve che dimentica tristezze, delusioni e affanni. Ed io resto una ragazzina, che arrossisce e a tratti si nasconde dietro l'ombra delle proprie ciglia. Non a lungo, in effetti. Non esiste più nascondiglio per me, in questo mondo, che possa tenermi lontano dai tuoi occhi perché tu mi vieni, puntualmente, a cercare. Il tuo odore resta incastrato in ogni mio incavo, tollera giusto la convivenza con quello dei tuoi figli sulla mia pelle. La tua voce prima è morbida, e poi roca, e poi profonda, tra i miei capelli, sulle mie labbra, imprigionata tra i palmi delle mie mani mentre gioco a spingerti via, posata come monile sullo sterno, a carezzare l'onda che non smette di muoversi ora che siamo vicini.
Scirocco soffia, il mondo fuori da qui continua a scorrere. La gente continua ad arrivare e ad andarsene nelle nostre vite anche se magari ancora non lo sappiamo, continua e continuerà a fare cose che ci deludono, e che ci fanno e faranno arrabbiare. Intrighi vengono orditi, nuovi scontri si delineano. Tuttavia, in questo momento, a noi non importa. In questo tassello di tempo delimitato dal perimetro di questa tenda, esistiamo solo tu, ed io. Noi.
"Mi chiamo Ruggito e porconizzo questo: Non sò cosa vuol dire havere un padre. Ma nel Antro, asieme al mio dono, ho trovato una madre. E il suo nome è Eliant"
Sono una pessima madre, se ho fatto una copia di questo scritto, per tenerlo come ricordo? Sono una pessima madre, per quanto solo adottiva, se rido degli errori di un figlio, per quanto solo adottivo? Il legame tra me e Ruggito si è fatto vischioso, addensato alle viscere. Riempio i suoi vuoti a modo mio. Parole nuove per il suo vocabolario, ed il modo esatto di scriverle. Ricordi felici, per il buio di un passato che a tratti affiora ancora. E la consolazione di un prodotto Fattucchiero, per togliere via dalla sua pelle le cicatrici che ancora fanno male. Se ne porta altre nell'anima, ma per quello occorre più tempo. Occorre una dose maggiore di amore. Provo a rispondere alle sue domande, anche a quelle difficili, ma ogni tanto mi rendo conto di quanto sia complicato. Sono ferratissima su pietre e procedure, ma su altre cose...significa smuovere anche i miei ricordi, riaccendere pensieri che ho spento da un po'. Per alcuni è un po' come ritrovare cose molto care, perdute da tempo, e riscoperte per caso. Altri invece sono fitte sorde, tra costole e polmoni, dolorosi come se appena accaduti.
L'empatia è un fardello pesante. Ma è un fardello che sono sempre ben disposta, a sopportare.
Adesso metti le tue zampacce nelle orme che lascio sul terreno, segui le mie tracce fino al sentiero sicuro, dove la terra è solida.
Un passo alla volta, senza fretta.
Se senti venir meno il tuo equilibrio ecco, stringi la mia mano.
Cammina adagio e muoviti con leggerezza, e se qualcosa ti mette paura nasconditi dietro i miei veli.
Avrai tempo per affacciare il muso fuori, e affrontare ogni tuo mostro.
Ti insegnerò io a rispedire gli incubi negli abissi dai quali vengon fuori.
Un passo alla volta, una parola alla volta.
Adesso raccogliamo tutti i pezzi in cui ti hanno frammentato, e rimettiamoli insieme.
Vedi, non è difficile?
Dietro le ragnatele delle tue cicatrici, c'è ancora tutto di te.
Alcune cose ancora sono inedite, altre le conosci già.
Ma vedi? Sei lì. Un po' pestato, forse, ma sei ancora li.
Un passo alla volta, seguimi.
Vieni nel fitto con me, nel silenzio fresco del bosco, all'ombra delle querce.
Adesso riposa figlio mio, al sicuro nella tana.
Veglio io sui tuoi sogni.
Ananke, ti chiamano adesso. Ogni tanto guardandoti ho come l'impressione di fissare una clessidra. Granello dopo granello, la sabbia scivola da sopra a sotto, ed il nostro tempo insieme pare finire. Da quella notte al Ventre della Madre mi pare siano trascorse già mille e mille vite. E tu sembri sempre più lontana, tanto quanto le stelle che guardavamo insieme. C’è da dire che ancora non hai mai smesso di brillare, di quella tua luce buia e fredda, silenziosa e rumorosa insieme. Per questo ti ho donato una Selenite. Probabilmente regalare un frammento di luce a chi sceglie, quotidianamente, le tenebre non è una mossa particolarmente azzeccata, né utile.
Ma vedi, Ananke, io sono egoista. Se potessi, ti afferrerei con forza dai capelli, imprigionando le mie dita dipinte di rosso tra ciocche di un rosso diverso, per riportati indietro sui tuoi passi. La Selenite, se potessi, te la incastonerei in fronte, come la gemma di diadema inciso direttamente nella pelle, affinché tu possa divenire sgradita agli occhi bui e neri che su di te si posano, con costanza. Se mi fosse permesso, ti addenterei al collo, poco sotto la nuca, per trasportarti via al sicuro e salvarti, persino da te stessa. Ma non mi è concesso, non posso, non mi è permesso. La vita è la tua, decidi tu cosa farne, come esaltarla, e come distruggerla. E’ una decisione che spetta a te solamente.
Io però posso decidere di essere, nel mio piccolo, egoista e nel rispetto di scelte che non approvo, gettarti comunque un salvagente di luce. Un appiglio, nel caso cambiassi idea, o semplicemente per consentirti di non sprofondare del tutto. E tutto ciò che potevo e posso fare, e l'ho fatto.
Adesso non mi resta che continuare a guardarti, mentre ascendi e ti allontani. Terrò il viso verso l'alto, verso il tuo brillare nella notte nera, trattenendo il fiato, ogni volta che la tua luce dovesse tremolare, nell'eterna speranza che non sparisca d'incanto, e che io non mi ritrovi a fissare un punto buio, tra le stelle, a cui finire col dare il tuo nome.
Un giardino nascosto, dove l'erba è così fitta che non riesco ad avanzare, e ad ogni passo strappo fiori e porto addosso polline, petali e rugiada, linfa verde e soffioni, semi e terra.
Un drappo rosso, che il vento va a stropicciare, lisciare, ripiegare.




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