La Testa del Moro
C'è un rituale che compio, dopo ogni Luna Piena. Rientro la mattina molto presto, e vado dai miei figli. Non importa se stiano dormendo con Fiore, Elinne o Deliad. Li raccolgo dal giaciglio che li ha accolti per la notte, i corpi ancora tiepidi e profumati, e li porto nella stanza con me. Mese dopo mese, è un compito decisamente più difficile. Crescono, diventano pesanti. Vorrei avere 8 braccia, come la mia Kalì. Diciamo che ora comprendo, perché sia anche - in alcune sue manifestazioni - associata alla maternità. Ci ritroviamo tutti insieme nel lettone, stretti stretti, vicini vicini, i loro cuori di nuovo a scalpitare impazziti poggiati sul mio.
Eyr dorme sempre, ogni volta. Distribuisco baci sulla sua testolina bruna, lei ogni tanto sorride nel sonno, ma non si sveglia quasi mai.
Dormi, cuore mio, piccola gemma. Riposa tra sonni felici, in questi tuoi anni dolci, dove sei talmente piccola che il letto ti pare infinito ed anche se ti ci spiaggi sopra ne occupi solo una minima parte. In te rivedo ogni mia sorella, e rivedo me stessa da bambina. Tu sorridi ai tuoi sogni, ed io guardandoti sorrido ai miei ricordi.
Erik invece si sveglia, durante il tragitto. Mi fissa con quei suoi occhi belli e severi, spicchi di cielo sotto sopracciglia biondissime. Il biasimo di chi avrebbe voluto seguirmi, con artigli e pelliccia.
Abbi pazienza, figlio mio, abbi pazienza. Correremo insieme un giorno, e ti insegnerò a cacciare. Spiegherò a te, ciò che hanno insegnato a me. E canterai con tua madre per i boschi, sotto cieli velati di luna e tinti di milioni e milioni di stelle. Insieme prenderemo vita, e nutriremo i corpi. Insieme ci rincorreremo, il cuore allegro, le pance piene, le code in festa.
Eivor, invece, è sempre sveglio. Mi aspetta ad occhi spalancati, e quando schiudo la porta e la luce entra insieme a me illumina lo sguardo vivace e chiaro, e il sorriso entusiasta che mi rivolge.
Buongiorno, mio respiro. Tu mi attendevi, ed io ti anelavo. Questo momento è solo nostro, siamo solo io e te, e l'universo intero aspetta fuori dal perimetro dei nostri sguardi. Hai ereditato la mia impazienza, la sete per i racconti, la passione nel chiacchierare. Ogni tuo balbettio è un frammento di quello che t'è accaduto, in questi tre lunghissimi giorni, e che mi riassumi a modo tuo. Ti ascolto, ti ascolto. Poi sarà la mia volta, quella di raccontare. Finché i conti non saranno pari, e non potremo che ricominciare da dove c'eravamo lasciati.
Qualche volta la stanza non mi basta, l'Antro mi sta stretto. E allora ci rifugiamo tutti nella Casetta al Bosco. La casa è di legno e muratura, piccina piccina, incastonata tra le Querce e quasi sepolta dalla vegetazione bassa e odorosa, che cresce ai piedi degli alberi. Come se il Bosco la divorasse, o lei ne fosse sua semplice continuazione, una strampalata appendice. C'è edera rossa, arrampicata sui muri, e tutto intorno cespugli di elleboro in fiore, belladonna, iperico e santoreggia. La luce di numerose candele splende dalle finestre tirate a lucido, e dentro c'è un rincorrersi di chiaroscuri e colori, di oggetti misteriosi e assai familiari. Così, assieme ai giochi intagliati nel legno per i bambini, ampolline colorate sono riposte sugli scaffali, mazzetti di erbe essiccano penzolando dal soffitto, e cristalli rilucono affaccianti da ogni mensola. Ci sono ancora alcune armi, nella rastrelliera, ma hanno sopra tre dita di polvere. Attendono che mani giovani le brandiscano, mani che al momento sono minuscole, al punto da entrare nel palmo - piccolo e dipinto - della donna che le ha create.
L'altro giorno, eravamo lì. Fuori nevicava fitto e dentro si giocava insieme. Nel letto, colmo di pellicce, le risate dei bambini si sono mescolate alle mie, ed alle fiabe che ho raccontato per loro. Ho proiettato sul muro ombre di mostri e di sirene, usando le dita come strumenti e la luce come amplificatore. Dal soffitto son piovute bolle, planando su piedini scalmanati. C'è stato il pianto disperato di chi ha ricevuto un ceffone dal fratello. O dalla sorella. Un paio di pianti, in effetti. E poi ci sono i respiri, rilassati e felici, di chi dopo tanto giocare ha trovato riposo abbandonandosi al mio seno, e cercando conforto nel mio odore.
Di qui, la morte, non è passata, e la tristezza non ha attecchito. Si, lo so. Ha radici lunghe la tristezza, spaccano la buccia dura dell'anima, scivolano sin nel profondo e li si fissano. Ma, su di noi, su questa casa, la tristezza si è limitata a veleggiare. Come un'ombra, che scivola silenziosa sulle cose e le accarezza, ma che dopo scorre via veloce. Ci ha provato, a farci del male, a restare, a ferirci. E non c'è riuscita. Non glielo abbiamo permesso. Siamo andati avanti, felici.
E anche se ogni tanto ho un po' paura, al pensiero che dovrò esservi madre e padre insieme, nascondo i miei timori sotto al cuscino, chiudo gli occhi e ci dormo sopra. Mi concentro sul presente. Che per il futuro c'è ancora tempo. E spazio. E quando il presente non mi basta, allora scrivo una storia
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Questa storia non è farina del mio sacco. E' più che altro farina di sacchi altrui, che si è mescolata al mio, nel corso di anni di peregrinaggio, durante gli scambi avvenuti tra gli incroci con le carovane. Ne esistono molte versioni, dove personaggi ed elementi si declinano, in sfumature infinite che tuttavia partono tutte dalla medesima tonalità. Quella che voglio offrire, al mio lettore, è la versione più diffusa, e dunque quella che io conosco meglio.
C'era una volta una bella fanciulla. Di cuore buono, e indole gentile, viveva tranquilla in un piccolo villaggio, affacciato sul mare. La sua casetta era di passaggio, per andare alla spiaggia, e dai suoi balconi spuntavano rigogliose le creste fucsia delle bouganville, e il verde lussureggiante delle aromatiche che coltivava. Un giorno, nel mare, venne avvistata una nuova nave Saracena. I Saraceni erano alleati del Re, e dunque nessuno degli abitanti del villaggio era realmente in pericolo, alloggiavano al paese vicino e da li passavano sovente. Eppure vi era in certuni una diffidenza palese nei confronti di questi uomini. Alti e bruni, dai sorrisi facili e dai modi affabili, nascondevano sotto le loro splendide armature armi taglienti e affilate. Per quanto alleati, dunque, erano spesso temuti. Non depredavano, nè razziavano, ma la gente manteneva verso di loro una cortesia fredda e distaccata. Una vecchina, in particolare, aveva messo in guardia la fanciulla da questi individui "Elena, ricordati che nulla di buono viene da quelle navi. Devi sospettare sempre, dei Saraceni, solo delusioni attendono chi ripone fiducia in loro. Perché per loro natura tendono a mentire, si credon furbi, e mirano a soddisfare il loro egoismo ed i loro appetiti villani. Stagli lontano, da tutti loro. Vedrai che tra di loro vi sono donne camuffate da uomini. Evitali, come la peste. Ma stai attenta anche agli uomini che son uomini sul serio, e che spesso sotto la cotta camuffano un intrico di serpi li dove dovrebbe starci il cuore". Elena inizialmente prese per buone le parole della vecchina, e si tenne ben alla larga da loro. Finché un giorno, mentre era di ritorno dal pozzo alla propria dimora, non incontrò per strada un Saraceno che le chiese un sorso d'acqua fresca. Aveva un leone dipinto sul petto della propria armatura, modi gentili, sorriso affabile. "Non può esser come dice Miliuccia" sentenziò. Inutile dire che nel giro di poche settimane Elena era perdutamente innamorata di Ahmed, il Saraceno. Col passare delle settimane le confidenze aumentarono, il sentimento crebbe. Il villaggio era davvero piccino, e per le cose importanti, incluse le varie festività e le fiere, si andava al paese ben più grande, distante solo pochi chilometri. Elena supplicò Ahmed diverse volte di condurla lì, dove gli altri Saraceni alloggiavano. Voleva conoscere gli amici che lui le nominava, e voleva divertirsi al braccio del proprio uomo. Ahmed una volta doveva montare la guardia, l'altra non gradiva i posti troppo affollati, l'altra ancora era impegnato in affari urgenti. Di volta in volta, rimandava, spiegando che pur avendo una stanza fissa nella caserma allestita al paese, non era di suo gradimento stazionare li e che preferiva di gran lunga il piccolo villaggio. Finchè una sera Miliuccia non andò a bussare alla porta di Elena. Seria in viso, determinata, fu di ben poche parole. "Prendi un cavallo. Va in paese, che c'è la festa. Entra da Porta Pia, non da Porta Romana. Va a vedere il tuo Saraceno, che t'ha detto che era di ronda e che invece se ne sta alla piazza, come poco ama i luoghi affollati". Elena, incredula, recuperò lo scialle. Fece il tragitto, entrò da Porta Pia, non da Porta Romana. Non ci volle molto a trovare Ahmed, in effetti. Aveva tra le braccia una bella fanciulla bionda, e sedeva con gli altri suoi commilitoni, assistendo allo spettacolo messo in scena per la Candelora. Elena allora non rientrò subito. Si diresse in taverna, chiese un pò in giro, col cuore via via più pesante. Seppe che la bella biondina era la promessa sposa, del Saraceno. Ricca figlia di mercante, e ben vista anche dalla famiglia del Saraceno, giunta in visita qualche mese prima e ben presto di ritorno per celebrare le nozze.
Ora. Qui i racconti si dividono. Una delle versioni, che mi è stata raccontata, vede Elena ritornare alla propria abitazione. Sbarrò la porta, e mandò via Ahmed. Gli disse di non farsi più sentire, nè vedere. E il Saraceno sparì, lasciandole una nuova - quanto amara - lezione sulla fiducia.
L'altra versione, che trovò assai più affascinante, vede Elena prendere di petto la situazione.
Tornò a casa, sì, ma attese il suo Ahmed. Lo condusse a letto, si concesse, ne soddisfò l'appetito. E, una volta addormentato, ne tagliò la testa. La mise sul proprio balcone, ci scavò dentro - che tanto, non che vi fosse poi chissà quanta roba da toglier via - e ci piantò il Basilico. E chi passava e vedeva quanto rigogliosa fosse la pianta, credeva che fosse il tipo di vaso a favorirne la crescita. I vasai presero l'abitudine di modellare vasi a forma di Testa di Moro. E, ancora oggi, se ne trovano di bellissimi in giro.
Perchè è questa, la versione che preferisco? Perchè tutti gli Ahmed del mondo dovrebbero sapere che la punizione giusta, per loro, sarebbe togliergli quella testa vuota che si ritrovano sulle spalle. Cosi vuota e sciocca da pensare che le verità non vengano mai a galla. Così stupida e cava da sentirsi in diritto di prendere in giro le Elene di questo mondo. E ora, benché riconosca che la morte sia una pena troppo grave (ma che una sequela di poderosi calci in culo ci starebbe, quello si, benissimo) sono comunque molto grata alla vita per aver messo, in questo ingiusto mondo, anche persone come Miliuccia. A vegliare sulle Elene, e sulle loro ingenuità, dall'alto della loro esperienza.
Per ogni uomo senza palle, una donna che ne ha il doppio, al punto da divenire sostegno di altre donne.
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Ci sono cose che non farò mai più, ed altre che invece farò più spesso. Persone che si sono affacciate, nella mia vita, e se ne sono andate. E c'è invece chi è arrivato, ed è rimasto.
E' stata una stagione di unioni. Ruggito e Mandragora, Abisso e Scirocco. Legami di diversa natura, ma con radice comune l'essere frutto di relazioni solide e forti. Robuste, come il cordame di una nave.
Cordame stretto ai polsi, la pelle sfrega e fa un pò male, i muscoli tirano e bruciano per l'urgenza di rilassarsi e stendersi di nuovo. Brontolio occultato da cuoio, e denti stretti a lasciarci sopra i segni.
Con le altre Fattucchiere siamo riuscite nell'impensabile. Partire da un pozione, scinderla in parti più piccole, scoprirne gli ingredienti. E provare a replicarla. Malkuth si è offerto come cavia, e ora sappiamo che funziona. Corrode e ferisce, come quella a suo tempo scagliata contro i Draghi, ai Monti delle Nebbie. E quindi ora abbiamo una ricetta nuova, e un mondo nuovo da esplorare.
Avere la pelle istoriata come fosse una mappa, bruciacchiata ai bordi e lisa in alcuni punti, segnata di rotte e perimetri, e di altri simboli indecifrabili. Ogni cicatrice è un'isola, un tocco di spada scampato, nata da pezzi di vetro affilati guadagnati a una rissa, o procurata in modi che non conosco. So che distanza c'è da un neo all'altro, perché l'ho misurata in punta di dita. Nel mezzo del rollio delle onde, in un posto dove non c'è mai silenzio anche quando non si sta parlando. Eppure c'è quiete, a suo modo.
C'è questa sciocca convinzione, ridondante persino, che ognuno di noi sia incompleto. Le donne attendono che arrivi un Cavaliere, su un bianco cavallo, a salvarle da sventure e mali. A renderle felici, finalmente. Come se la felicità fosse qualcosa che ti consegnano, e dunque tu sia perennemente in balia di altri, rassegnata all'evolversi dei loro desideri e delle loro volontà.
Non è esattamente così. Determiniamo noi il nostro grado di autosufficienza, il nostro grado di completezza. Persino la misura della nostra felicità. E lo facciamo con le nostre azioni. Anche con le omissioni, delle volte, ma per lo più con i fatti.
Trovo sempre buffo chi, convinto di possedere chissà quale forza, autorità o potere, si riempie la bocca di parole gloriose quanto sterili "Se voglio me lo prendo" "Io posso" "Io conquisto" "Io vinco". Forse lo dicono un pò per gli altri, forse un pò per convincere se stessi. Quasi fosse un incantesimo, ed il ripeterlo lo rendesse finalmente vero e reale. Ma non serve la Stregoneria, per realizzare certe cose. Serve coraggio e concretezza. Determinazione.
Ho visto un Anziano piegare la testa, mentre un Elfo lo chiamava Cane.
Ho visto Anziani diffondere i rituali dei propri Branchi, a glabri qualunque, come se parlassero del tempo.
Ho visto Anziani fissare schifati, la progenie di altri Fratelli e Sorelle, per stupide guerre antiche e inutili.
Ho visto Anziani viaggiare accanto ad Abomini, e servire al loro fianco per ottenere la corruzione.
Ho visto un Anziano piegare la testa, mentre un Elfo lo chiamava Cane.
Ho visto Anziani diffondere i rituali dei propri Branchi, a glabri qualunque, come se parlassero del tempo.
Ho visto Anziani fissare schifati, la progenie di altri Fratelli e Sorelle, per stupide guerre antiche e inutili.
Ho visto Anziani viaggiare accanto ad Abomini, e servire al loro fianco per ottenere la corruzione.
Ho visto tutto questo, e nella mia testolina da Cucciola prima, e da Matura ora, si è radicata l'idea che l'anzianità non contì un cazzo.
L'ho detto come lo direbbe Fiamma, si. Ha delle pessime influenze su di me, lo ammetto.
Ad ogni modo. Conta ciò che in questa vita facciamo. Il coraggio di fronte alle nostre scelte. La forza, di fronte alla debolezza altrui.
Ad ogni modo. Conta ciò che in questa vita facciamo. Il coraggio di fronte alle nostre scelte. La forza, di fronte alla debolezza altrui.
Tutto il resto non sono che frasi vuote, fumo che si dissolve.
Il sigaro passa da una bocca all'altra, l'aria è impastata di fumo e di respiri, di salsedine e di qualcos'altro di denso e vischioso. C'è uno spiraglio azzurro, tra le sue palpebre socchiuse, che mi fissa. L'ombra di un sorriso, sulla barba fatta da qualche giorno. Ci struscio contro il palmo, su quella guancia ruvida, mormorando qualcosa in non so quale lingua. Mi dimentico un pò tutto, in certi momenti. E altre cose invece le ricordo bene. Ad esempio so che se sorrido, non importa se con gli occhi o la bocca, dopo un pò vedo il mio sorriso riflesso nel suo.
C'è leggerezza, in questa stanza, a tratti mi sembra di galleggiare nel vuoto. Ed è con leggerezza che cammino sul bordo di un confine. Perché "é sempre nel conflitto che le emozioni trionfano e si esaltano".
E allora un pò ti detesto. Un pò ti adoro.
Un pò ringhio. Un pò mi rannicchio contro di te, al sicuro.
Un pò ringhio. Un pò mi rannicchio contro di te, al sicuro.
La nave gira, la rotta cambia. Non so dove stiamo andando. E, francamente, neppure mi importa.


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