E quindi uscimmo, a riveder le Stelle

 



E' quasi l'alba, ma io non riuscivo a dormire. Così, nella penombra della cabina, mi sono sollevata. Forse, più che sollevata, dovrei dire "liberata". E' stata un'operazione un po' difficile disincastrarsi in effetti. Sposta quel braccio pesantissimo, aggira quella gamba, sottrai un corpo dall'altro. Piano, per giunta, per non svegliare l'orso che dorme, e che comunque il sonno tanto pesante poi non ha se già una volta stanotte è venuto sul ponte a cercarmi. Il legno ha scricchiolato un po', sotto i miei piedi nudi, e io ho barcollato come se fossi leggermente ubriaca per via l'ondeggiare della nave, e per tutto il tragitto breve che separa il letto dalla scrivania. Il mare la fuori si è fatto mosso, ma se lui ancora dorme non dev'essere poi un grande problema. Credo. Non so. Non sono ancora arrivata a quel punto delle mie lezioni di navigazione (che, per il momento, si limitano a concetti essenziali del tipo "Questa è una nave, e questo è un timone, e questo non lo devi mai toccare"). Ad ogni modo mi sono seduta sulla sua sedia, scostando con garbo mozziconi di sigari e carte, lo scheletro di una bottiglia ormai svuotata e uno dei miei veli finito qui chissà come. E ho acceso, con uno dei miei trucchetti, una lucina fatua che mi consentisse di guardare meglio questi tre strani strumenti senza illuminare, d'immenso, la stanza.

Bussola. Sestante. Astrolabio. 

Li ho visti spesso, in negozio da Claud, ma senza mai soffermarmici con troppa attenzione. Li ho guardati, in effetti, con la distratta noncuranza di chi è convinto che siano il genere di cose che non gli serviranno mai. E infatti, visto? Eccomi qui, al principio del mattino, su una barca che viaggia verso non ho ben capito dove, a cercare di comprendere meglio il funzionamento di cose che ho reputato inutili, e che a quanto pare mi consentiranno di spostarmi per mare. Sulla Bussola, nessun mistero. Indica il Nord, e tanti cari saluti. Devo ricordarmi di fare quel benedetto esperimento coi cuscini, ma questo è un altro discorso. Il Sestante ho più o meno capito, come funziona. Nel senso che so come ricavare la misura, ma non ho ancora la più pallida idea di come poi sfruttarla. L'Astrolabio, invece, è terra incognita. Tra i tre, comunque, lo trovo il più bello e misterioso. Con questa fitta rete di incisioni, e questi cerchi mobili, sembra così strano e ingarbugliato. Ho un po' timore a toccarlo, perché Orso su mia richiesta ha impostato la posizione delle stelle al giorno del mio compleanno. E non voglio spostare niente, anche se non riesco a leggerlo ed esiste la remota possibilità che abbia messo stelle a casaccio e mi abbia preso in giro. Ma ho deciso di fidarmi, e di credere alle sue mani mentre lo settava, e di credere a questi segnetti incisi con così tale perizia e magistrale perfezione. Ho deliberatamente scelto di credere che questo disco, che entra nei palmi delle mie mani, sia effettivamente in grado di raffigurare con esattezza un pezzo di cielo, in un dato giorno. 
Lascio quindi scorrere i polpastrelli sul metallo freddo, attenta a non far scivolare alcun meccanismo, e imprimo nel mio sguardo le linee, i numeri, e tutto quanto lo compone e, ad  oggi, mi è incomprensibile. 
Si, per il momento non so nulla. Ma non ho forse iniziato così, con la Stregoneria? E guarda, oggi, dove sono arrivata. Nel buio posso avvertire il peso dello sguardo, colmo di disapprovazione, di Chai. Lei non crede troppo, in questo mio futuro da marinaio. O meglio, non le piace la faccenda che l'acqua di mare renda crespi i capelli, e che in barca non ci si debba agghindare troppo, e che il sole stinga i tessuti e cuocia la pelle. Lei della navigazione non apprezza la scarsa eleganza, mettiamola così. Ma non è questo il punto, così come il punto non è per me divenire Nostradamo. No, aspetta. Com'è che ha detto? Nostremo. Nostromo? Una roba del genere. Il punto è riprendere a fare ciò che ho fatto fino alla cattura, ossia viaggiare, e farlo attraverso qualcosa che mi faccia sentire ancora più legata al mio elemento, il mare.
Lei non capisce. E' solo una Ramazza. E forse nemmeno Orso, capisce del tutto. Ma non importa. Non cerco la comprensione degli altri da molto, molto tempo. 

Ho ricopiato, dalla Biblioteca, una mappa che raffigura le Isole disseminate tutto intorno al Granducato. Con un pastello di cera rossa ho quindi cerchiato Fuoco, Liffa e Cuivienen. E poi ho tracciato il percorso, dal puntino che ho indicato come "Antro", all'Isola indicata come "Specchi". Un'Isola fatta interamente di Ghiaccio. Incredibile. Inimmaginabile. Ma d'altronde, non viviamo forse per questo? Per vedere cose che neppure immaginavamo, e scoprire mondi di cui ignoravamo anche solo l'esistenza?
Si va a Specchi.
Con la Bussola, l'Astrolabio, e il Sestante.


- - -






Jamal teneva la sua bambina tra le braccia e fissava, stupito, un po' lei, un po' la moglie, un po' lo spicchio di cielo che si intravedeva dall'ingresso della tenda. Durante tutto il parto un'orrenda tempesta aveva squassato la pace della tribù, accampata al limitare della foresta, in uno scrosciare violento e feroce di pioggia, mentre lampi e fulmini riempivano di luce la notte. Lui ed Arathi avevano calcolato che lei terminasse i suoi giorni quando la carovana sarebbe giunta nei pressi della città di Bophal. Sarebbe stato più semplice, per la moglie e per la neonata, affrontare il parto al riparo dai monsoni e dalle tempeste di sabbia. Elianthe però, a quanto pare, era di avviso diverso e dimostrando già, precocissimamente, di essere una persona profondamente impaziente aveva deciso di nascere nel bel mezzo del tragitto, costringendo la carovana a fermarsi e suo padre a mettere in forte discussione la propria fede negli Dei. Fede ancor più in discussione quando iniziò a piovere, poco dopo l'intensificarsi dei dolori. Arathi era solita ricordare alla figlia, quando da bambina faceva i capricci, che era stata fastidiosa fin dai suoi primissimi momenti, considerato quanto era durato il travaglio e quanto dolore le aveva causato. Ma, alla fine, tra un tuono e un urlo, tra una spinta e principio di allegamento, lei era nata. Ed era nata a metà tra la giungla e il deserto, vicino alla foce del fiume Rurah, e gli strilli della madre erano stati sostituiti dalla risata felice del padre, subito dopo. Certo, un maschio sarebbe stato più utile, ma ne aveva già parecchi, e le femmine gli erano più affezionate. Elianthe era nata con gli occhi spalancati, e la levatrice aveva comunicato a Jamal che era segno che sarebbe stata curiosa, intelligente e tremenda. Arathi, in preda alla gioia, aveva disegnato col kajal - come tradizione richiedeva - ben più di un neo nero addosso alla bambina per alterarne, volutamente, la bellezza e fare in modo che nessuno guardandola la invidiasse, e le gettasse addosso il Malocchio. Jamal continuava a stringerla, ed era reticente a lasciarla andare. Come se, sotto sotto, avesse già intuito che gliel'avrebbero portata via ben presto. O forse era altro. Non era la sua prima figlia ma c'era, in quegli occhi, un riflesso particolare ed ogni volta che lo scorgeva sentiva, nel cuore, come una sorta di solletico. Alzando gli occhi al cielo, finalmente di nuovo sereno, nell'aria che la pioggia aveva reso limpida e nitida, aveva scorto un brillare più intenso degli altri.

"E quindi, tu arrivi e porti la pioggia e lo scompiglio, e fai scintillare nel cielo Ardra...è così, Elianthe?"

le mormorava, mentre la bambina continuava a fissarlo con tranquillità disarmante, in uno snocciolarsi di versetti gutturali, e con una sicurezza inattaccabile affogata nel buio delle proprie pupille. Come se, tra i due, fosse il padre a non aver capito ancora nulla, della vita e di lei.

Qualche giorno dopo, con Arathi, erano scesi al fiume. Ed erano entrati in acqua, entrambi, finché il fiume non aveva lambito loro le ginocchia. Tenendo Elianthe stretta, tra le braccia di entrambi, avevano scelto per lei un altro nome.
Un nome che avrebbero conosciuto soltanto loro tre, e che le avrebbero sussurrato nel sonno, e ricordato di anno in anno. 
Un nome con cui avrebbero pensato a lei, da lì all'eternità, in un legame d'appartenenza esclusivo e speciale.
Un nome che, da tradizione, era associato ad una divinità, e come ogni divinità che si rispettasse aveva una propria stella in cielo.

"Figlia, ti chiamiamo a noi come ogni mare chiama a sé i suoi fiumi. E all'acqua affidiamo il tuo nome ed il tuo spirito, affinché ne tenga memoria in ogni suo gorgoglio sommesso. Sei nata come Elianthe, e per noi, e per noi solamente, oggi nasci come Ardra

E quando lei fu abbastanza grande Jamal le insegnò a trovare, nel cielo, la sua stella, la sua dea. Affinché splendesse per lei, nei giorni bui, e traesse dalle gesta compiute da quella particolare divinità consiglio e insegnamento. 
Arathi sospettò sempre che Elianthe avesse imparato già da tempo ad individuare da sola Ardra nel cielo. Ma che mentisse, e negasse, per poter stare la sera al fianco di suo padre, sulle dune, lontano dalle luci della carovana. A guardare insieme le stelle, e a farsi raccontare storie, e leggende. Un po' la preoccupava, la curiosità di questa sua bambina. Perchè spesso le donne intelligenti sono osteggiate, isolate, criticate. E lei non voleva questo, per lei. Voleva una vita semplice, più semplice di quanto non fosse stata la sua
Anche per questo, le avevano dato Ardra, come nome. Tra le varie manifestazioni di Durga, dea della maternità e sposa divina, Ardra simboleggiava la forza e la bellezza insite in ogni donna, ed era emanazione dello splendore di tali doti.

Nessuno di loro, in quei giorni felici, sapeva ancora quanta, di quella forza, le sarebbe in futuro servita. 

- - -




Elianthe era sdraiata sul triclinio, nella zona più fresca della stanza, dove la luce filtrava morbida dai vetri colorati delle ampie vetrate. Il vestito, di seta celeste, era sollevato fino a metà delle cosce. Sulla sinistra portava ancora la fasciatura, li dove era stata ricucita. La fuga non era riuscita, lei si era ferita, il marito l'aveva risparmiata. Punita, ma risparmiata. Questo succedeva un paio di settimane prima. In quel momento invece un paio di schiave erano intente a decorarle i piedi con l'hennè, che spremevano da un piccolo conetto di carta direttamente sulla pelle, avendo cura di ricreare disegni speculari e armoniosi, geometrici. La testa poggiava sul bracciolo, e i capelli erano buttati oltre lo stesso, intrecciati in una spessa e ampia treccia che un'altra schiava stava profumando. Con una mano teneva sollevata la treccia, con l'altra aveva cura di passare al di sotto della stessa un incensiere acceso, per impregnarla del suo fumo odoroso. Durante queste operazioni lei teneva gli occhi socchiusi, e si sventolava lentamente, pigramente, con un grande ventaglio dal manico d'avorio. Kumar, uno dei tanti eunuchi del palazzo, entrò a passo svelto e si fermò ad un paio di metri dal triclinio. Lei sollevò le palpebre, e girò di poco il viso per guardarlo meglio, mantenendo sul viso un'espressione assente.

"Si, Kumar?"
"Il Padrone è generoso, e in occasione di Diwali vuole fare un dono a ciascuna delle sue mogli. Chiede dunque cosa desiderate"

Nessuna particolare espressione di gioia o compiacimento passò sul viso, e lei non smise di muovere regolarmente il polso, per portarsi aria addosso. Restò zitta per qualche momento, riflettendo.

"Potrei avere un Cannocchiale?"
"...Temo di no, mia Signora"
"E perché no?"
"Il Padrone non vuole che le sue mogli possiedano strumenti scientifici. Inoltre lei è scappata da poco, mia Signora. Non è il caso di..."

Si interruppe, guardandola con una certa intensità. Elianthe non aveva smesso di sventolarsi, ma aveva distolto lo sguardo. Lo teneva basso, sulle proprie gambe. E alla fine aveva annuito, come se dopotutto non le importasse.

"Non si vedono bene le stelle, dalla mia finestra. Tutto qui. Comunque. Che sia il Padrone, nella sua infinita generosità, a scegliere. Un dono vale l'altro"

Kumar si era accigliato. Era preoccupato, per quella nuova arrivata. Prima la ribellione, che era una fase molto comune. Poi la fuga, non troppo comune in effetti. E ora questa passività latente. Temeva potesse lasciarsi morire, come in passato aveva visto fare a molte. Lasciò passare un altro paio di settimane poi, con discrezione, consegnò ad Elianthe un mazzo di fiori. E dentro, sottile e discreto, nascosto tra gli steli c'era un piccolo Cannocchiale. Il sorriso che Elianthe gli rivolse fu, a detta di Kumar, uno dei più meravigliosi  visti all'interno dell'harem. Racchiudeva in sé gratitudine, nostalgia e speranza e dalla bocca coinvolgeva gli occhi, che la ragazza aveva grandi, e per quanto belli colmi di rimpianto. Era il genere di sorrisi che ti faceva salire un groppo in gola, e non sapevi neppure tu perché.

Lei si accostava alla finestra, quando possibile, quando non vista. Quando nel cielo la luce della luna non era troppo forte, e quando era certa di essere al sicuro. E cercava, in fretta e con ansia, la sua Ardra nel cielo. Ma, ogni volta, non vi riusciva. E gli anni passavano oziosi e tremendi, viscidi e lenti.

La sua stella era li, da qualche parte.
Lei doveva solo trovarla 

- - - 

Riben è venuta al Bosco. Lei è quel genere di persona che senti affine, anche se non sai bene perché. I nostri incontri sono stati  tutti relativamente brevi, eppure estremamente felici. Armoniosi. Ho avuto come l'impressione di conoscerla da sempre, e che durante la Luna Piena io e lei corressimo insieme libere nel fitto della Foresta. Non credo sia successo, non ne ho memoria. Ma quando penso a lei, inevitabilmente, sorrido. E' stata lei a mostrarmi, dopo tanto tempo, la mia stella. Ed è stata la prima a cui abbia parlato apertamente dei pensieri che, da un po', frullano nella mia testa riguardo certe questioni.

Perché con lei e non con Senciner o con Goccia?  Perchè forse ho paura di deluderle. Perché forse credo che non mi possano del tutto capire. Anche Riben, del resto dice che sono giovane, e che mi passerà. Secondo lei è la mia gioventù a farmi vedere le cose in un certo modo. E ho paura di contagiare anche Kaworu, con questi miei pensieri. Con la mia gioventù, diciamo. Lui che ancora non è, eppure vorrebbe essere uno di noi. Ma guardandolo, sentendolo, pensi già che è un mannaro. Forse è più mannaro lui di tanti altri. Spero di essere abbastanza forte per lui. Abbastanza luminosa. Un punto di riferimento in un immenso cielo di oscurità densa e fitta. 

C'è qualcun altro in effetti a cui l'ho detto, e lui mi ha compreso. Ma Malkuth è imparagonabile, è un intero universo a parte. Un universo che racchiude, nella sua memoria, piccoli sprazzi del mio. 

- - -

Un giorno, io lo so, queste stelle le avrò contate tutte quante. E troverò una candela di Babilonia, e andrò a vedere da vicino come si muovono vorticosamente. Forse sarò sola in questo viaggio, forse no.

Ma adesso, sola o meno, non ho più paura. Per quanto il cielo cambi, per quanto il cielo muti. 
Se hai gli strumenti giusti, ti puoi orientare.
E se ti orienti, trovi sempre la direzione.
Devi solo decidere dove andare.

Dove voglio andare, io?

Avanti, sempre.
A Specchi, presto.



Commenti

Post popolari in questo blog

"Questo è il mio finale. Adesso tocca a te, scrivere il tuo"

Passato & Presente

"Ci sono parole intrappolate nel vento...