E quindi uscimmo, a riveder le Stelle
E' quasi l'alba, ma io non riuscivo a dormire. Così, nella penombra della cabina, mi sono sollevata. Forse, più che sollevata, dovrei dire "liberata". E' stata un'operazione un po' difficile disincastrarsi in effetti. Sposta quel braccio pesantissimo, aggira quella gamba, sottrai un corpo dall'altro. Piano, per giunta, per non svegliare l'orso che dorme, e che comunque il sonno tanto pesante poi non ha se già una volta stanotte è venuto sul ponte a cercarmi. Il legno ha scricchiolato un po', sotto i miei piedi nudi, e io ho barcollato come se fossi leggermente ubriaca per via l'ondeggiare della nave, e per tutto il tragitto breve che separa il letto dalla scrivania. Il mare la fuori si è fatto mosso, ma se lui ancora dorme non dev'essere poi un grande problema. Credo. Non so. Non sono ancora arrivata a quel punto delle mie lezioni di navigazione (che, per il momento, si limitano a concetti essenziali del tipo "Questa è una nave, e questo è un timone, e questo non lo devi mai toccare"). Ad ogni modo mi sono seduta sulla sua sedia, scostando con garbo mozziconi di sigari e carte, lo scheletro di una bottiglia ormai svuotata e uno dei miei veli finito qui chissà come. E ho acceso, con uno dei miei trucchetti, una lucina fatua che mi consentisse di guardare meglio questi tre strani strumenti senza illuminare, d'immenso, la stanza.
Lascio quindi scorrere i polpastrelli sul metallo freddo, attenta a non far scivolare alcun meccanismo, e imprimo nel mio sguardo le linee, i numeri, e tutto quanto lo compone e, ad oggi, mi è incomprensibile.
"E quindi, tu arrivi e porti la pioggia e lo scompiglio, e fai scintillare nel cielo Ardra...è così, Elianthe?"
le mormorava, mentre la bambina continuava a fissarlo con tranquillità disarmante, in uno snocciolarsi di versetti gutturali, e con una sicurezza inattaccabile affogata nel buio delle proprie pupille. Come se, tra i due, fosse il padre a non aver capito ancora nulla, della vita e di lei.
Qualche giorno dopo, con Arathi, erano scesi al fiume. Ed erano entrati in acqua, entrambi, finché il fiume non aveva lambito loro le ginocchia. Tenendo Elianthe stretta, tra le braccia di entrambi, avevano scelto per lei un altro nome.
Un nome che avrebbero conosciuto soltanto loro tre, e che le avrebbero sussurrato nel sonno, e ricordato di anno in anno.
Un nome con cui avrebbero pensato a lei, da lì all'eternità, in un legame d'appartenenza esclusivo e speciale.
Arathi sospettò sempre che Elianthe avesse imparato già da tempo ad individuare da sola Ardra nel cielo. Ma che mentisse, e negasse, per poter stare la sera al fianco di suo padre, sulle dune, lontano dalle luci della carovana. A guardare insieme le stelle, e a farsi raccontare storie, e leggende. Un po' la preoccupava, la curiosità di questa sua bambina. Perchè spesso le donne intelligenti sono osteggiate, isolate, criticate. E lei non voleva questo, per lei. Voleva una vita semplice, più semplice di quanto non fosse stata la sua
Anche per questo, le avevano dato Ardra, come nome. Tra le varie manifestazioni di Durga, dea della maternità e sposa divina, Ardra simboleggiava la forza e la bellezza insite in ogni donna, ed era emanazione dello splendore di tali doti.
- - -
Elianthe era sdraiata sul triclinio, nella zona più fresca della stanza, dove la luce filtrava morbida dai vetri colorati delle ampie vetrate. Il vestito, di seta celeste, era sollevato fino a metà delle cosce. Sulla sinistra portava ancora la fasciatura, li dove era stata ricucita. La fuga non era riuscita, lei si era ferita, il marito l'aveva risparmiata. Punita, ma risparmiata. Questo succedeva un paio di settimane prima. In quel momento invece un paio di schiave erano intente a decorarle i piedi con l'hennè, che spremevano da un piccolo conetto di carta direttamente sulla pelle, avendo cura di ricreare disegni speculari e armoniosi, geometrici. La testa poggiava sul bracciolo, e i capelli erano buttati oltre lo stesso, intrecciati in una spessa e ampia treccia che un'altra schiava stava profumando. Con una mano teneva sollevata la treccia, con l'altra aveva cura di passare al di sotto della stessa un incensiere acceso, per impregnarla del suo fumo odoroso. Durante queste operazioni lei teneva gli occhi socchiusi, e si sventolava lentamente, pigramente, con un grande ventaglio dal manico d'avorio. Kumar, uno dei tanti eunuchi del palazzo, entrò a passo svelto e si fermò ad un paio di metri dal triclinio. Lei sollevò le palpebre, e girò di poco il viso per guardarlo meglio, mantenendo sul viso un'espressione assente.
"Si, Kumar?"
"Il Padrone è generoso, e in occasione di Diwali vuole fare un dono a ciascuna delle sue mogli. Chiede dunque cosa desiderate"
Nessuna particolare espressione di gioia o compiacimento passò sul viso, e lei non smise di muovere regolarmente il polso, per portarsi aria addosso. Restò zitta per qualche momento, riflettendo.
"Potrei avere un Cannocchiale?"
"...Temo di no, mia Signora"
"E perché no?"
"Il Padrone non vuole che le sue mogli possiedano strumenti scientifici. Inoltre lei è scappata da poco, mia Signora. Non è il caso di..."
Si interruppe, guardandola con una certa intensità. Elianthe non aveva smesso di sventolarsi, ma aveva distolto lo sguardo. Lo teneva basso, sulle proprie gambe. E alla fine aveva annuito, come se dopotutto non le importasse.
"Non si vedono bene le stelle, dalla mia finestra. Tutto qui. Comunque. Che sia il Padrone, nella sua infinita generosità, a scegliere. Un dono vale l'altro"
Kumar si era accigliato. Era preoccupato, per quella nuova arrivata. Prima la ribellione, che era una fase molto comune. Poi la fuga, non troppo comune in effetti. E ora questa passività latente. Temeva potesse lasciarsi morire, come in passato aveva visto fare a molte. Lasciò passare un altro paio di settimane poi, con discrezione, consegnò ad Elianthe un mazzo di fiori. E dentro, sottile e discreto, nascosto tra gli steli c'era un piccolo Cannocchiale. Il sorriso che Elianthe gli rivolse fu, a detta di Kumar, uno dei più meravigliosi visti all'interno dell'harem. Racchiudeva in sé gratitudine, nostalgia e speranza e dalla bocca coinvolgeva gli occhi, che la ragazza aveva grandi, e per quanto belli colmi di rimpianto. Era il genere di sorrisi che ti faceva salire un groppo in gola, e non sapevi neppure tu perché.
Lei si accostava alla finestra, quando possibile, quando non vista. Quando nel cielo la luce della luna non era troppo forte, e quando era certa di essere al sicuro. E cercava, in fretta e con ansia, la sua Ardra nel cielo. Ma, ogni volta, non vi riusciva. E gli anni passavano oziosi e tremendi, viscidi e lenti.
La sua stella era li, da qualche parte.
Lei doveva solo trovarla
- - -
Riben è venuta al Bosco. Lei è quel genere di persona che senti affine, anche se non sai bene perché. I nostri incontri sono stati tutti relativamente brevi, eppure estremamente felici. Armoniosi. Ho avuto come l'impressione di conoscerla da sempre, e che durante la Luna Piena io e lei corressimo insieme libere nel fitto della Foresta. Non credo sia successo, non ne ho memoria. Ma quando penso a lei, inevitabilmente, sorrido. E' stata lei a mostrarmi, dopo tanto tempo, la mia stella. Ed è stata la prima a cui abbia parlato apertamente dei pensieri che, da un po', frullano nella mia testa riguardo certe questioni.
Perché con lei e non con Senciner o con Goccia? Perchè forse ho paura di deluderle. Perché forse credo che non mi possano del tutto capire. Anche Riben, del resto dice che sono giovane, e che mi passerà. Secondo lei è la mia gioventù a farmi vedere le cose in un certo modo. E ho paura di contagiare anche Kaworu, con questi miei pensieri. Con la mia gioventù, diciamo. Lui che ancora non è, eppure vorrebbe essere uno di noi. Ma guardandolo, sentendolo, pensi già che è un mannaro. Forse è più mannaro lui di tanti altri. Spero di essere abbastanza forte per lui. Abbastanza luminosa. Un punto di riferimento in un immenso cielo di oscurità densa e fitta.
C'è qualcun altro in effetti a cui l'ho detto, e lui mi ha compreso. Ma Malkuth è imparagonabile, è un intero universo a parte. Un universo che racchiude, nella sua memoria, piccoli sprazzi del mio.
- - -
Un giorno, io lo so, queste stelle le avrò contate tutte quante. E troverò una candela di Babilonia, e andrò a vedere da vicino come si muovono vorticosamente. Forse sarò sola in questo viaggio, forse no.
Ma adesso, sola o meno, non ho più paura. Per quanto il cielo cambi, per quanto il cielo muti.
Se hai gli strumenti giusti, ti puoi orientare.
E se ti orienti, trovi sempre la direzione.
Devi solo decidere dove andare.
Dove voglio andare, io?
Avanti, sempre.
A Specchi, presto.



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