Di Specchi, e di Riflessi

 




C'è stato un periodo in cui queste terre erano ancora completamente sconosciute, per me. Totalmente nuove. Nuovi erano i cibi, insipidi rispetto a ciò che ero abituata a mangiare io, e nuovo il modo di vestirsi, poco colorato e fantasioso. E nuovo era anche il modo di costruire. Non ho mai visto case cosi vicine, in legno e paglia, e cosi strette l'una all'altra. La luce in alcuni vicoli intorno alla piazza delle Nuove Terre non passa neppure. Come se persino il sole si rifiutasse di infilarsi in angoli così puzzolenti e tristi. Ho chiesto ad una donna che abita vicino al Bazar se non sentisse mai il bisogno di spazio. Mi ha guardato come se fossi pazza, e mi ha spiegato che si sta vicini per difendersi meglio. Razionalmente, è qualcosa che posso capire. E' in luoghi angusti come una tana, o il piccolo perimetro di una cabina, che spesso mi sono sentita al sicuro, protetta. E' nella costrizione, che trovo sicurezza. 

Dall'altro lato...no. Non capisco.
Specie adesso, che vedo l'alba riflettersi sul profilo dormiente di Specchi. Il ghiaccio accoglie il bacio del sole scintillando felice, scintilla come il sorriso di un'odalisca felice di ritrovare il proprio amante. E ne macchia il candore, lascivo, con lingue di rosso e di oro, che accarezzano le punte aguzze del ghiaccio. Tutto sembra fermo da sempre, come se il freddo fosse arrivato d'improvviso, e abbracciato i profili dei monti, le poche case del posto, la banchina e gli alberi delle barche. C'è ovunque desolazione e un silenzio che sa di mistero, pace e riposo insieme. E' il silenzio della vastità, dell'immenso, dell'infinito. Il silenzio che ho sentito quando Riben mi ha fatto vivere l'illusione di trovarmi nel cosmo, e che ho sentito nel mio deserto. E' in questi momenti, rammento, che l'uomo riesce a trovare se stesso. Quando non ci sono stimoli, e l'anima svegliata da una simile bellezza si riscuote, e ti parla. E' in questi luoghi, contemplando la loro assoluta perfezione, che l'uomo è consapevole che esiste qualcosa di superiore. Un'energia antica e potente, più forte di qualsiasi uomo, più lungimirante di qualsiasi donna. Non importa che nome gli diamo, e non importa neppure che noi ci crediamo. Ma, ecco...si manifesta. Di fronte ai miei occhi sgranati, col vento che soffia strappando granelli di neve dal terreno innevato, e le onde che si schiantano confondendo il bianco frizzante della propria schiuma con quello più soffice del suolo, io ho la consapevolezza che Esiste. E che gli appartengo, che sono opera sua, come gli appartiene la goccia, il chicco, il monte. 
Non riesco, a trattenere le lacrime, le sento spuntare tra le ciglia, e diventare pungenti come aghetti di ghiaccio. Non sono triste, non sono malinconica, sono semplicemente, profondamente grata. Per ciò che è stato creato, e perché io sono stata creata. Perché mi è stata donata la possibilità di vivere, sperimentare, amare, sentire, provare. Lontanissimo, sulla sinistra, ci sono nuvole nere come pece. Un fulmine le attraversa, e poco lontano vedo la sagoma minuscola di una nave. La nostra è al sicuro, al porto, e qualcun'altro a manciate di chilometri sta combattendo per la rotta della propria. La vita è anche questo, dopotutto. Meraviglia e incanto da un lato, paura e fatica dall'altro. Devo ricordarmene, sempre. Non perché io viva con addosso lo spettro del timore, ma perché apprezzi maggiormente i momenti come questo. Perché tenga sempre a mente che niente è scontato, neanche approdare in un porto, neanche avere la fortuna di aprire gli occhi e salutare l'alba.

Per un po' restiamo io e Lei, io e Lui. Gaia, Shiva, Parvati, Kalì, Indra, Varuna. Li ringrazio tutti, restando con la bocca chiusa, lasciando che sia solo il mio cuore ridente a snocciolare preghiere per loro. Il sole stiracchia pigramente i suoi raggi sull'acqua scura, mentre il cielo diluisce il nero nel rosa e nel celeste, e si spengono piano piano le luci delle stelle. Un raggio si arrampica lungo il legno della nave, risale lesto, e si accomoda addosso a me. A noi due, sarebbe meglio dire. Non ho freddo, perché sono avvolta, da pellicce e da braccia. Uno sbuffo di respiro accanto alla mia guancia, che il gelo pennella di bianco, mi ricorda che non sono totalmente sola. Mi sistemo meglio, in quella presa ferma, e cerco con il profilo della mia guancia quello più pungente della sua. Non ci diciamo nulla, non diciamo nulla. Restiamo lontani, ognuno nei propri pensieri, e forse per questo incredibilmente vicini. Forse perché sappiamo entrambi che non è sempre necessario parlare, forse perché il silenzio non ci fa paura. Forse perché sappiamo parlare in altri modi. Ci diciamo cose con gli odori, con gli occhi, con il contatto. Le parole sono vezzi, come i miei gioielli, come i suoi sigari. Apprezzati, ma non necessari.

Il tempo scivola attorno a noi, mentre il mondo dismette i panni indossati per la sera. Come una gran dama dopo una festa notturna, che rientra nelle sue stanze e toglie i propri gioielli, l'abito da gran ballo, il corsetto, le forcine. Scioglie l'acconciatura. E indossa tinte diverse per il giorno, più modeste, abiti di stoffe meno preziose. Ma ha ancora la bocca gonfia per i baci dati, il belletto sulle labbra sfumato fino al collo, la pelle soffusa di luce che la passione ha riscaldato, e gli occhi, seppur pesti di sonno, vibranti di energia nuova. Si trascina dietro le tracce della propria passione, preparandosi agli impegni di un nuovo giorno. 

In quel momento, avverto un fremito. Come se dentro di me si fosse accesa una nuova luce, una scintilla improvvisa. E sento una voce sottile sottile, la voce che mi spinge a mettermi nei guai, ma anche quella che mi da modo di vivere con intensità disarmante.

"Scendi, Elianthe. Va a vedere cosa c'è lì, per te!"

Si parte in esplorazione.

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* Nel diario di Elianthe ci sono pagine di disegni. Son fatti tutti a carboncino, e sfumati poi con pastelli di cera. Sotto ad ogni disegno ci sono delle piccole scritte, a memoria di quanto visitato. E sotto ogni scritta, una sfilza di domande. Alcune di queste domande sono state barrate, come se lei avesse soddisfatto le sue curiosità in merito*


Cascata Pietrificata.
Da quanto tempo l'acqua è così? C'è vita, sotto la cascata? E dietro, cosa c'è dietro? L'acqua si sarà accorta di essersi fermata per sempre?

Lago Ghiacciato
Cosa nasconde la superficie del Lago? E' possibile camminarci sopra?  Che succede se io rompo il ghiaccio? Questo ghiaccio ha qualche particolare potere?

Foresta Bianca
Cosa si caccia, qui? Come ci si orienta, come ci si mimetizza? Che genere di animali abitano, qui? Cosa si prova a stare qui, di notte?

Torre Specchi
Che divinità si adoravano qui? Perchè hanno smesso? Perchè sono stati dimenticati? Come celebravano i rituali, qui? E' possibile celebrare un rituale, qui?

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Suo padre l'aveva fatta entrare nella sua tenda, per mostrarle qualcosa "di speciale". Di fronte a lui c'era un ampio vaso di ferro, sembrava quasi un cilindro tranciato a metà, con la bocca che diveniva poi più stretta. Fasciature di paglia orlavano la parte superiore. Lei si era seduta accanto a lui, inarcando un sopracciglio.

"E' questo, che volevi mostrarmi?" gli aveva chiesto, spostando gli occhi su di lui che manteneva, sulle labbra, un sorrisetto divertito e misterioso. Aveva tolto il tappo al vaso, facendo un cenno col mento.

"Infila la mano, pesca sul fondo" le aveva ordinato. E lei aveva ubbidito, schiudendo la bocca in un moto di sorpresa quando aveva avvertito il cambio di temperatura, tra l'esterno e l'interno. C'era freddo, lì dentro. Timorosa, aveva tirato un po' fuori il braccio, fino a mostrare il polso ornato di braccialetti. Poi, deglutendo, si era di nuovo avventurata e le dita avevano tentennato nel vuoto, prima di impattare contro qualcosa. Di freddissimo, e granuloso, la consistenza simile a quella del cous cous. Ecco, sembrava vi fosse un mucchio di cereali freddissimi li dentro. Con la fronte aggrottata ne aveva prelevato un pò, per poi tirare fuori la mano. E spalancare gli occhi nel vedere, sul palmo ancora privo di tatuaggi, quella cosa strana, bianca, bianchissima, e inedita.

"Che cos'è'?" aveva chiesto, portando la mano al naso per annusarla.
"E' neve, figlia mia"
"E cos'è, la neve?" chiese ancora. Non aveva un'odore pungente, quella neve, ma pizzicava sul palmo.
"Piove dal cielo, quando fa tanto freddo. Viene da molto lontano. Da monti in cui sei già stata, ma eri troppo piccola per ricordarlo"
"E a cosa serve? Posso assaggiarla, si mangia?" sospettosa, osservandola ancora da vicino.
"A tante cose, ma non sa quasi di niente mangiata così. Ci prepareremo il kulfi" aveva aggiunto lui, mentre lei allungava la punta della lingua per sentirne il sapore, e rabbrividiva al contatto, strappandogli una risata divertita.

Quella sera, la famiglia di Jamal, le sue mogli, i suoi figli, avevano mangiato qualcosa di mai provato prima. La neve era stata lavorata con zucchero, frutta secca e mango e aveva prodotto uno strano dolce che si mangiava su uno stecco. Strana era la consistenza, al palato, e strano era che fosse gelida. Piacevolissima, ma indubbiamente strana. Una delle mogli, dopo un primo timido assaggio, si era così spaventata da questa bislacca novità che si era rifiutata di continuare a mangiare. Elianthe, invece, aveva apprezzato. E si era girata a mormorare a Arjun, il preferito dei suoi fratelli maggiori:

"Un giorno andrò a vederla da vicino, questa neve. Sui monti. Ti farò sapere come si prova, a starci dentro con tutti i piedi"

- - - 

Elianthe è di nuovo nella sua stanza, in Antro. Dietro di lei, in un baule, ci sono alcuni pezzi di ghiaccio perenne. Il vestito di velluto verde, e il mantello di pelliccia bianca, sono gettati sul letto. Seduta al proprio scrittoio, sta finendo di scrivere un messaggio, intingendo spesso la penna nel proprio calamaio. Apocalisse, sempre poco entusiasta quando lei si allontana per lunghi periodi, si è introdotto tra gli spacchi della sua veste e si sta lanciando in insolite fusa, figlie della circostanza eccezionale del ritorno della sua padrona, strusciando il testone ora sui polpacci ora sugli stinchi, aggirandosi tra le sue gambe che lei tiene leggermente incrociate alle caviglie. Concluso il biglietto va a scriverci sopra "Freya", e lo pone da parte. Prende una nuova carta e, in quel momento, il sole filtra oltre la coltre spumosa di una nuvola, e si affaccia alla propria finestra, illuminando le mani di Elianthe. E' quello a distrarla, e a farle sollevare gli occhi sullo specchio che ha di fronte. Per un po' sembra stupita, dell'immagine che lo specchio rimanda. Resta ad osservarsi un pò scettica, prudente. Piega il collo di lato, osservando segni viola sbocciati sulla pelle castana, e tornando poi sul viso lieto, le guance rimpolpate, gli occhi sereni. Incerta, però. Come se ciò che vedesse fosse del tutto inatteso, e qualcosa di cui avere timore. Abbassa gli occhi, persino, un po' colpevole a un tratto. Ma poi li rialza, in un guizzo orgoglioso, testardo. Li lascia addosso a sé, determinata, sfidando se stessa e i pensieri che si affastellano sulla fronte liscia. Infine, suo malgrado, un sorriso dissipa la serietà tenuta dall'espressione. Si concede un respiro profondo, di sollievo. E si piega a sussurrare, a se stessa, quasi bocca a bocca con la propria immagine, che si appanna all'impronta del suo respiro.

"Non guardarmi così, signorina. Piace anche a te, tutto questo. E non lo sai neanche tu, dove stiamo andando. Non ha importanza. L'importante, come sempre, è andare" e, nel dirlo da un bacio, con tanto di smacco, al proprio riflesso. Ride, e Apocalisse si infastidisce. Salta sullo scrittoio, pronto a sfidare chiunque abbia osato lanciare quel bacio così vicino alla propria padrona. Elianthe ride di nuovo, piega la testa per toccare con la fronte quella del gatto, concedendogli coccole e attenzioni, socchiudendo gli occhi.

"Allora, mio impavido micio. Chiedo consiglio a te. Dove dovremmo andare, adesso? Quale nuovo posto, potremmo esplorare?" Il gatto, dopo aver ricambiato lo strusciamento, le punta addosso gli occhi gialli perennemente arrabbiati e le rivolge un miagolio di sufficienza.


"Oh, giusto. Chiediamo a chi ne sa più di noi" conviene lei, annuendo. E riprendendo a scrivere. Poche righe stavolta, il necessario. Prima di ripiegare il biglietto e apporre, sulla superficie, una semplice intestazione: Alheera.


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