Passato & Presente





Mi trovavo nell'harem da circa un paio di anni quando arrivò Sarhye. Aveva i capelli biondi come l'oro, e gli occhi celesti come il cielo. Arrivò come dono, da un sovrano di terre molto lontane, e penso fu la prima volta in vita mia che vidi capelli di quel genere addosso ad una persona. Spiccava, tra di noi, come io spesso mi ritrovo a distinguermi adesso tra gli incarnati pallidi di queste terre. Il Maharaj apprezzò moltissimo. Ai miei occhi di ragazzina - acquistata, sposata, e violata con la forza - lui è sempre apparso come un terribile mostro, orrendo e ripugnante. Con il tempo, ora che la mia vita prosegue felice e lontano, ritornando con la memoria a quei giorni realizzo che, esteticamente almeno, non era un uomo poi cosi orribile. Aveva un suo fascino, in effetti, nonostante la tremenda differenza di età che ci separava. Ma ti racconto tutto questo, bambina, per spiegarti meglio cosa avvenne subito dopo. Sarhye, in breve tempo, si innamorò perdutamente del Maharaj. Un lieto fine, dirai tu. Un incubo, ti risponderò io. Perché ci sono cuori innamorati che non tollerano condivisioni. E...come dire. Il Maharaj aveva un harem decisamente numeroso, tra mogli e concubine. Sarhye, allora, iniziò un sottile e subdolo gioco di dispetti, ripicche e svilimenti tutto a nostro danno. Potevano essere cose piccole, come pettegolezzi o maldicenze, gesti vili come inserire colla nelle creme, o tagliare i nostri vestiti più belli. Oppure cose grandi. Ci seguiva, ci spiava, si introduceva di nascosto nelle nostre stanze per rubare lettere, frugare nei cassetti. Cercava elementi da utilizzare per mettere su cospirazioni meschine. Dipingeva fatti irreali per gettare vergogna sulle altre donne, in modo che lui le disprezzasse, e le allontanasse. Il ripudio, per una donna nella mia società, non è mai una benedizione e non si concede con una stretta di mano. Adesso che la Stregoneria fa parte della mia quotidianità mi rendo conto che probabilmente lei gettò il Malocchio, sul Maharaj, che per un po' di tempo non fece che pendere dalle sue labbra, nominandola come sua favorita, e credendo ciecamente ad ogni sua bugia. 

Ma Sarhye, dopotutto, non sapeva che farsene di un titolo simile. Lei non voleva essere la preferita, voleva essere la sola. Divenne morbosamente gelosa, ossessiva, tanto da lanciarsi in crisi isteriche con il Maharaj stesso. Scenate dove volavano oggetti ed insulti, che alternava a momenti in cui si prostrava ai suoi piedi, disposta a compiere qualsiasi dissolutezza per compiacerlo. Guerra e piacere, in un  continuum infinito. Non passò molto che smettemmo di usare il suo nome e cominciammo a chiamarla, tra noi donne dell'harem, Bharapura. Pazza. Perché era indubbiamente malata, e indubbiamente la sua stabilità mentale era labile, sottile come un capello. Il Maharaj se ne accorse, o forse finì l'effetto del Malocchio, ed iniziò a non perdonarle i capricci, e gradualmente ad evitarla sempre di più. Passavano infatti diversi giorni senza che la convocasse nelle sue stanze. E lei, allora, iniziò a mettere in atto pagliacciate ancora più incredibili, ancora più ridicole. Fingeva, per esempio, dopo essersi chiusa in una stanza, di abbandonarsi a piaceri urlanti per farci credere che stesse consumando amplessi lussuriosi con lui. Come se a noi, effettivamente, potesse mai importare di quanto e come scopassero. E come se non sapessimo, per esempio, che in almeno un paio di occasioni il Maharaj fosse fuori dal palazzo. Una fatica inutile, del resto, perché invece di ottenere la nostra invidia, ottenne solo il nostro disprezzo, che più che considerarla come una donna fortunata la valutavamo come qualcuno per cui provare solo pena. La stessa pena che si riconosce a chi soffre di un disagio mentale.

Finché un giorno la Pazza non superò il limite, e il Maharaj si stufò. Se ci sono tre cose che ho imparato sugli uomini, in quegli anni,  le prime due sono le seguenti: gli uomini non tollerano che si soffochi la loro libertà, che è pressoché infinita, e sono dei grandi vigliacchi.
Il Maharaj non aveva infatti il coraggio di mandarla via, di allontanarla definitivamente. Un po' per non offendere il sovrano  che gliel'aveva donata, un po' per questione di debolezza personale. Allora cercò rifugio nella prima moglie, e le chiese di aiutarlo. Nel tempo, la prima moglie, aveva spesso suggerito al Maharaj di prendere provvedimenti drastici. La Pazza non causava problemi solo a lui, turbava l'intera armonia dell'harem. L'harem è un posto dove vivono donne recluse, e non potendo vivere una vita vera, è essenziale che tra di loro vi sia quanto più possibile coesione, sorellanza. Lei non solo non era mai riuscita ad integrarsi, ma cospirava ai danni di tutte. Era quindi un elemento estremamente pericoloso per l'equilibrio del nostro delicato sistema. Ma ecco, la terza cosa che ho imparato sugli uomini, è che alcuni di loro non seguono il cuore, o il cervello, nelle loro scelte. Si orientano con il loro arnese. E secondo tale arnese, non c'era ragione per cui lui rinunciasse ai piaceri con la Pazza. O meglio, non ce n'era fino alla prossima crisi isterica. 
Dunque, la prima moglie e il Maharaj trovarono un accordo. Lei rinchiuse la Pazza in una torre separata. Isolata, li dove non poteva raggiungere le altre donne, dove non era più in grado di nuocere a nessuno con le sue cattiverie. Era il Maharaj ad andare da lei, quando e se lo desiderava. I rarissimi momenti in cui la incrociavano, per i cortili del palazzo, le altre donne cambiavano strada, o la evitavano. A loro non interessava se lei vivesse, mangiasse, patisse o godesse. La confinarono in un luogo lontano della loro mente, ricordandosi di lei solo quando sentivano le sue urla - e non certo di piacere - riecheggiare dall'alto per il palazzo. E quando qualcuna di loro se ne usciva con una menzogna clamorosa o un dispetto particolarmente infantile divenne loro abitudine dire "Non fare la Sarhye o diventerai pazza!".

Di pazzi è pieno il mondo, bambina mia. Ma ricordati di una cosa: sei tu a decidere che importanza hanno le persone nella tua vita ed in che modo la influenzano. I pazzi, alla fin fine, non restano che quello. Per quanto avvenenti, per quanto generosi di doni, apparentemente gentili e frizzanti, per quanto in grado di godere di brevi momenti di lucidità, la loro follia non tarderà a manifestarsi e la loro natura non muta nonostante le buone intenzioni. Certe malattie, ahimè, non hanno cura. Quello sono, e quello resteranno. La buona notizia, è che puoi sempre rinchiuderli in un'alta torre nei tuoi pensieri, e gettare via la chiave.

- - - 




Elianthe si sveglia nel cuore della notte, in gola la sensazione di soffocare, qualcosa di opprimente a livello dei polmoni. Non è un sogno, il peso lo sente sul serio sul petto, e per un attimo le viene l'idea che sia Apocalisse, il gatto, sdraiato su di lei con tutto il suo considerevole peso. Le dita, però, tastano di li a poco, un braccio. Le grava addosso, nell'abbandono della notte, e quando lei realizza di cosa effettivamente si tratti trattiene a stento una risatina. Anche ridere è una fatica, con quel peso addosso. Allora prova a rigirarsi, a dimenarsi, a farlo scivolare via. Per tutta risposta si sente un brontolio, il letto cigolare, e il braccio che l'acciuffa serrandosi intorno a lei. I corpi ruotano, mentre lei ormai proprio ride, e si ritrova ribaltata non più sul materasso ma su un petto che si solleva in un respiro sconsolato. C'è un mezzo occhio aperto, che la fissa, assonnato e rancoroso assieme. Valuta la luminosità della stanza, svegliato dalla sua risata, e decreta 
"E' presto.  Dormi. Shhh"
E allora lei si arrende, si rimette giù, poggia la guancia su quello stesso petto. Il braccio ora le grava sulla schiena, pesa uguale. Ma lei sorride, socchiudendo gli occhi. "Almeno respiro". Pensa. Ed è l'ultima cosa che pensa, prima di riaddormentarsi.

- - - 






La lettera è scritta su una pergamena che odora di rose. Ed è chiusa nel suo scrittoio, destinata a rimanere nel cassetto, tra un braccialetto rotto e un rametto di Melissa messo li a seccare. Tra semi di girasole e una pomata per le labbra.

"Tu non lo sai, ma a volte quando dormi ti fischia il naso. Non forte, e non sempre, non è proprio un russare. E dall'alto dei miei studi da cerusica (?) credo possa dipendere da quella gobbetta che hai sul dorso. Se solo la smettessi di romperti, forse funzioneresti un po' meglio. 
Comunque, tu non lo sai, ma a volte il tuo naso sibila. Ma il punto è che mi sono accorta che quando non sento quel sibilo, la notte, mi sveglio. E la stanza mi sembra immensamente piccola, ed io mi sento sola. Sola in un modo che non mi piace, come se mancasse qualcosa di assolutamente necessario per dormire. Come se avessi avuto la pretesa di mettermi a letto senza il cuscino, senza il materasso, senza il letto.

Tu non lo sai, ma quando dormi ogni tanto ti agiti. Il corpo ha brevi tremori. Perché sicuro fai a cazzotti anche lì nei sogni, vero? Probabilmente per questo hai le nocche perennemente sfregiate. Troppi pugni dati, tra sogno e realtà. Ti vibrano appena le palpebre, e serri le labbra, o digrigni i denti. Non sempre, e non a lungo. Ma a volte sei meno tranquillo, di altre. E allora mi avvicino, e ti bacio. Di solito al lato della bocca, perché se ti bacio sulle labbra ti svegli, e se ti svegli non dormiamo più, né io e né tu. 
Dicevo. Ti bacio, e ti bisbiglio un incantesimo. Parole che propiziano la calma, che aiutano a riconciliarsi col mondo. Se non mi tieni troppo stretta ti disegno anche Ophir sul petto. Tra i simboli veggenti, è quello che propizia i sogni. E dopo un po' tu ti calmi, anche se non capisco bene se dipenda più dalla mia magia, o dalla mia presenza.

Tu non lo sai, ma a volte ho pensato di camuffare il giorno. Di rendere più scure le finestre, affinché tu creda sia ancora notte, per trattenerti un po' di più con me. Ed ogni volta che ci salutiamo, e che vai via, il pensiero che sia stata l'ultima volta mi scivola addosso. Plana dall'alto, come fosse una piuma, e si poggia sulle mie spalle, pesante come mille montagne. Resta con me per un po', a tenermi compagnia, e poi si dissolve nel nulla, lo stesso nulla dal quale è spuntato questo pensiero.

Ci sono cosi tante cose che vorrei ancora dirti, e fare con te. Ci sono così tante possibilità, idee, pensieri, domande. Mi chiedo se avremo mai il tempo, o l'occasione, o forse entrambi. 

Tu non lo sai, ma a volte sogno che io e te siamo...normali. Senza funi tese, tra un mondo e l'altro, senza acrobazie difficili tra cosa dobbiamo e cosa vorremmo. E provo a immaginare come sarebbe. Tu disegni, non usi il sangue, usi le tempere. E l'unica magia che a me riesce è quella di vendere il cristallo come fosse un diamante. Tu sei sempre idiota, questo lo fai bene anche in sogno. Ed io sorrido sempre, per merito tuo,  perché anche in questo in sogno sei decisamente bravo.
So che non ti piacerebbe, perché tutto è pieno di luce, è pieno di vita. E' pieno di cose che un giorno tu distruggerai, una ad una.
Cosi quando mi sveglio, non so mai se mi sento triste perché il sogno è terminato, o perché conosco bene la realtà.
E la realtà è che siamo ciò che siamo, e non possiamo cambiarlo.

Tu non lo sai, eppure avrei voluto dirtelo.
Che sei importante anche tu.
Anche se te ne andrai come tutti. Anche se non vuoi farmi male. Non vuoi, non significa che non lo farai.

Forse è meglio che tu non sappia niente, e che continui a  non pensare.
Penso io, per tutte e due. Anche troppo."


Commenti

Post popolari in questo blog

"Questo è il mio finale. Adesso tocca a te, scrivere il tuo"

"Ci sono parole intrappolate nel vento...