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"Ci sono parole intrappolate nel vento...

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  ...e parole intrappolate nella sabbia. Altre restano sul bordo orlato di sale delle conchiglie, quando ormai il suo abitante è morto, assieme al ricordo delle onde, nelle sue profondità levigate. Alcune parole viaggiano con le nuvole, ti piovono addosso durante i temporali. O te le ritrovi sulla pelle, tracciate dalla punta di dita conosciute. Ci sono parole ovunque. E si aggregano a formare frasi, e frase dopo frase si intessono le storie. E le storie quindi, sono la trama del mondo, l'avvolgono fittamente e ne costituiscono l'essenza. Tutto sta, pertanto, nel saperle ascoltare. E capire. A te piacciono le storie?" Era un uomo inconsueto, e in vita mia non avevo mai visto un uomo cosi. Eravamo fermi in quella città da alcune settimane, ed io avevo circa sei anni. Lui era nella tenda al mercato, il posto che mio padre usava per i propri commerci. Avevo scostato il lembo di stoffa e me l'ero trovato davanti, come se si fosse materializzato dal nulla, e di mio padre ne...

Di Specchi, e di Riflessi

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  C'è stato un periodo in cui queste terre erano ancora completamente sconosciute, per me. Totalmente nuove. Nuovi erano i cibi, insipidi rispetto a ciò che ero abituata a mangiare io, e nuovo il modo di vestirsi, poco colorato e fantasioso. E nuovo era anche il modo di costruire. Non ho mai visto case cosi vicine, in legno e paglia, e cosi strette l'una all'altra. La luce in alcuni vicoli intorno alla piazza delle Nuove Terre non passa neppure. Come se persino il sole si rifiutasse di infilarsi in angoli così puzzolenti e tristi. Ho chiesto ad una donna che abita vicino al Bazar se non sentisse mai il bisogno di spazio. Mi ha guardato come se fossi pazza, e mi ha spiegato che si sta vicini per difendersi meglio. Razionalmente, è qualcosa che posso capire. E' in luoghi angusti come una tana, o il piccolo perimetro di una cabina, che spesso mi sono sentita al sicuro, protetta. E' nella costrizione, che trovo sicurezza.  Dall'altro lato...no. Non capisco. Specie a...

E quindi uscimmo, a riveder le Stelle

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  E' quasi l'alba, ma io non riuscivo a dormire. Così, nella penombra della cabina, mi sono sollevata. Forse, più che sollevata, dovrei dire "liberata". E' stata un'operazione un po' difficile disincastrarsi in effetti. Sposta quel braccio pesantissimo, aggira quella gamba, sottrai un corpo dall'altro. Piano, per giunta, per non svegliare l'orso che dorme, e che comunque il sonno tanto pesante poi non ha se già una volta stanotte è venuto sul ponte a cercarmi. Il legno ha scricchiolato un po', sotto i miei piedi nudi, e io ho barcollato come se fossi leggermente ubriaca per via l'ondeggiare della nave, e per tutto il tragitto breve che separa il letto dalla scrivania. Il mare la fuori si è fatto mosso, ma se lui ancora dorme non dev'essere poi un grande problema. Credo. Non so. Non sono ancora arrivata a quel punto delle mie lezioni di navigazione (che, per il momento, si limitano a concetti essenziali del tipo "Questa è una nave, ...

La Testa del Moro

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C'è un rituale che compio, dopo ogni Luna Piena. Rientro la mattina molto presto, e vado dai miei figli. Non importa se stiano dormendo con Fiore, Elinne o Deliad. Li raccolgo dal giaciglio che li ha accolti per la notte, i corpi ancora tiepidi e profumati, e li porto nella stanza con me. Mese dopo mese, è un compito decisamente più difficile. Crescono, diventano pesanti. Vorrei avere 8 braccia, come la mia Kalì. Diciamo che ora comprendo, perché sia anche - in alcune sue manifestazioni - associata alla maternità. Ci ritroviamo tutti insieme nel lettone, stretti stretti, vicini vicini, i loro cuori di nuovo a scalpitare impazziti poggiati sul mio.   Eyr dorme sempre, ogni volta. Distribuisco baci sulla sua testolina bruna, lei ogni tanto sorride nel sonno, ma non si sveglia quasi mai. Dormi, cuore mio, piccola gemma. Riposa tra sonni felici, in questi tuoi anni dolci, dove sei talmente piccola che il letto ti pare infinito ed anche se ti ci spiaggi sopra ne occupi solo una minima ...

Fine. Ed inizio.

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Quante parole servono per spiegare che certe cose non funzionano più e che non ne puoi più di sopportare? Per quantificare la tua delusione, che ha assunto proporzioni astronomiche e che ti bussa sullo stomaco da tempo, ormai. Per rompere ogni singola catena, che di nuovo ti sei messa, e di nuovo per volontà non tua. Quante parole servono per motivare ciò che pensavi non sarebbe mai accaduto, eppure accade, e per dare un senso ad ogni orrenda cosa che senti, e al non sentire più ogni splendida cosa degli inizi? Quante parole sono necessarie per prendere il coraggio di affrontare la realtà, maturare che ciò che è stato non è e non sarà più, e che ciò che ora è non solo non ti basta, ma frusta ogni tua passione, intenzione, bellezza? Quante parole occorrono per afferrare, questo coraggio, e togliere i paraocchi, e andare a muso duro verso l'unica, possibile, strada? Per afferrare la speranza, che poverina era già bella che ridotta, e strangolarla rabbiosa tra le dita fino a farla, de...

C'era una volta (e forse, c'è ancora)

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C’era una volta, oltre i monti e le colline, al di là dei fiumi e di ogni mare conosciuto, un deserto molto particolare. Durante la breve stagione delle piogge finiva con l’allagarsi, completamente, ed il terreno diveniva un piccolo lago celeste, nel quale il cielo – più azzurro che in qualsiasi altra parte del mondo - si specchiava vanitoso dando l’impressione che ogni confine tra terra e aria si diluisse fino a scomparire del tutto. Quando poi l’acqua, lentamente, si ritirava restavano sulla superficie sabbiosa del terreno fiori di sale purissimo. I petali, croccanti e candidi, rilucevano sotto il sole cocente e da lontano davano l’impressione che il deserto fosse colmo di neve. La qualità e la quantità del sale che si ricreava a seguito di tale fenomeno spingeva numerose tribù nomadi, poco dopo la stagione delle piogge, ad accamparsi lungo tutto il suo limitare per raccoglierlo manualmente fiore dopo fiore, petalo dopo petalo, e rivenderlo in giro per il mondo. In una di queste trib...

Il vento continua a soffiare

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  Scirocco batte da Meridione. Si infila di prepotenza tra i teli della tenda, li gonfia come bolle di sapone, fa tintinnare i pendagli ed i decori appesi ai suoi pannelli. Solleva un po' di sabbia, la getta sull'incastro dei nostri corpi, ma non ce ne curiamo troppo. C'è la mia pelle scura, contro la tua chiara, e ci sono discorsi fatti di nulla, sereni come il cielo d'estate, leggeri com'è leggero questo vento, come la seta del mio abito che resta a terra, sparpagliato nella confusione di cose mie e tue. Nostre. C'è la mia risata, mentre ti imbocco e mi mordi le dita, e poi c'è anche la tua. Che orgoglio mi da sapere che questa gioia te le strappo solo io dalla gola. Non che tu di base non rida, non sia felice. Ma questo modo che hai di sorridere, che ti accende gli occhi e ti distende il viso, è solo mio. Nostro. Ti rende un ragazzino, Erendis , intrappolato in un gigante, spirito lieve che dimentica tristezze, delusioni e affanni. Ed io resto una ragazzi...